La manifestazione
Quel camice indossato per 25 anni
L’Associazione Volontari Ospedalieri ha festeggiato il compleanno al teatro Era
PONTEDERA. È stata una giornata di festa e di commozione quella che hanno vissuto le decine di volontari Avo che hanno partecipato alle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario della sezione pontederese dell'associazione. Dal 1987, infatti, l'Associazione Volontari Ospedalieri opera sul territorio portando conforto e assistenza a tante persone in difficoltà ricoverate all'ospedale Felice Lotti. A fare gli onori di casa Pietro Paperini, attuale presidente, che ha ringraziato gli oltre 60 operatori al momento impegnati nell'attività di sostegno all'interno del presidio ospedaliero. Tra gli intervenuti all'evento organizzato al teatro Era nel pomeriggio di sabato, anche l'assessore al bilancio Marco Papiani.
«È bello trovarci qui oggi – ha spiegato Paperini –, a condividere il raggiungimento di un traguardo davvero importante. Tanto abbiamo fatto in questi anni, e tanto vogliamo continuare a fare per le persone in difficoltà. Grazie anche al lavoro dei miei predecessori, adesso l'Avo di Pontedera può contare su una struttura e su un numero di iscritti significativi, ma anche quando eravamo in pochissimi abbiamo sempre dato tutti noi stessi, offrendo un appoggio a chi non aveva nessuno. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto, e grazie anche ai tanti giovani che si stanno avvicinando alla nostra realtà dobbiamo essere fiduciosi per il futuro».
Alla tavola rotonda dedicata alle prospettive per il futuro dei volontari hanno partecipato diversi esponenti del mondo associativo regionale, ma il momento più toccante della serata è stato il ringraziamento ai tre associati di più lunga data, tra i firmatari dell'atto costitutivo del 1987 e per decenni attivi a Pontedera: Vanda Pugliesi, Roberto Ferretti e Adriano Ghelardi, in prima fila a testimoniare le loro esperienze di questi 25 anni. «Ne ho viste tante – spiega Vanda, ancora oggi iscritta e operativa – in questi anni, ma il momento che ricordo con più felicità riguarda una ragazza disabile del Valdarno ricoverata anni fa. In particolare, ricordo la sua gioia quando le portai le frittelle che avevo preparato proprio per lei. Potevamo fare poco, ma mettevamo il cuore nell'aiutare ogni singola persona». «Tutto nacque – spiega Roberto, per dodici anni nelle corsie dell'ospedale pontederese prima del ritiro per motivi di salute – grazie a padre Rodolfo, cappellano ospedaliero, che ci convinse a trasferire qui una realtà che aveva conosciuto nelle sue precedenti esperienze. Negli anni ho autato tante persone nel mio piccolo, ma posso dire con orgoglio di non essermi mai tolto il camice completamente soddisfatto di ciò che avevo fatto. Migliorarsi sempre deve essere un obbligo morale per ogni volontario». «Ci sono esperienze – spiega Adriano Ghelardi, quindici anni di attività prima del ritiro per assistere da vicino i familiari – che ti segnano e ti fanno crescere più di quanto possa fare qualsiasi altra attività. Ricordo un'anziana madre di famiglia, con un grave problema alle ossa che l'aveva portata in fin di vita. I figli e i parenti l'avevano costretta a firmare la cessione di tutti i beni e l'avevano abbandonata a se stessa. Lei però, non si è mai lamentata, a volte quasi giustificando l'operato dei familiari. All'inizio non riuscivo a comprendere, ma col tempo mi è stato chiaro che certi sentimenti sono più forti di qualsiasi torto subìto».
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