Il Tirreno

Pontedera

Troppe cave dismesse e senza piani di recupero

di Guido Bini
Troppe cave dismesse e senza piani di recupero

Vicopisano, l’agronomo Bruni: «Nessuno punta al ripristino di questi siti contribuendo al più grande scandalo ambientale della nostra zona»

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VICOPISANO. «Adesso che il Piano cave della Provincia di Pisa è stato ultimato e pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione, emerge la debole volontà delle istituzioni provinciali di puntare sul ripristino delle cave. Alcuni siti, come quelli di Vecchiano e Filettole, non sono stati neppure inseriti fra quelli da recuperare». A parlare è l’agronomo cascinese Giovanni Bruno, che non esita a definire le cave dismesse del lungomonte pisano «il più grande scandalo ambientale della nostra zona».

«Le decine di cave abbandonate del lungomonte – dice Bruno, membro del gruppo di lavoro su paesaggio e pianificazione del territorio dell’Ordine degli agronomi di Pisa – penalizzano pesantemente la qualità del nostro territorio. Ma quel che fa ancora più male è constatare il silenzio generale di fronte a questa situazione».

Dismesse da circa vent’anni, si presentano esattamente come apparivano l’ultimo giorno di lavoro. Basta transitare in Fi-Pi-Li e guardare verso il Monte Pisano per rendercene conto. La prima cosa che salta agli occhi sono due grandi porzioni di monte asportate nel giro di due secoli, le cave di Caprona e Uliveto.

Ma è possibile risanarle? Per Bruno e per molti altri sì, ma manca una volontà chiara e decisa. «Il Piano cave della Provincia - spiega l’agronomo cascinese - da una parte riconosce la presenza di aree di cava dismesse da ripristinare, ma dall’altra si astiene dal prendere una posizione chiara sul ripristino, demandando ai singoli Comuni il compito di decidere sul destino dei siti e sulla loro futura destinazione».

«Quello che purtroppo non si dice - prosegue Bruno - è che le cave possono essere risanate attraverso la rimodellazione e la rivegetazione completa, tra l’altro con vantaggi molteplici. Asportando fino al 30% massimo del materiale già estratto in precedenza, si fornirebbe una quantità di materiale inerte sufficiente soddisfare il fabbisogno del territorio per alcune decine di anni, e si eviterebbe così di sbancare nuove porzioni di territorio vergine. Inoltre, ampie superfici abbandonate da decenni verrebbero restituite al tessuto naturale circostante». «E’ arrivato il momento – conclude Giovanni Bruno -, per chi ha a cuore lo sviluppo armonioso ed ecosostenibile del proprio territorio, di alzare la propria voce e denunciare questo atteggiamento remissivo delle amministrazioni locali sulla politica del paesaggio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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