Sicurezza
Obbligo di bonifica ma l’inquinamento è colpa di altri
La “Cromochim” dovrà decontaminare la falda anche se i rilievi indicano sostanze non usate dall’azienda
SANTA CROCE. L’Arpat le ha intimato di decontaminare la falda, ma le responsabilità sono di altri, ed affondano le radici nel passato. Occorrerebbe scavare fino a 30 anni all’indietro per trovare la vera causa delle tracce di inquinamento rinvenute nel sottosuolo dell’area in cui si trova e opera l’azienda “Cromochim” di Santa Croce, in via Melaccio, nella zona industriale, dove viene realizzato il cromo che poi serve alle industrie conciarie per rendere migliore la qualità delle pelli.
È questa la situazione in cui si trova Alessandro Bertelli, nato a Isola ma residente a Fucecchio, presidente e amministratore unico dell’impresa. È stato proprio lui a scoprire che i valori della falda erano fuori norma e ad informare i tecnici dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale.
«Lavorando sulla base di un’autorizzazione integrata ambientale, necessaria con le normative di oggi – spiega Bertelli – abbiamo dovuto installare tre piezometri (dal costo di settemila euro l’uno) per verificare e misurare la pressione dell’acqua della falda. Dai dati rilevati da uno di questi, ci siamo accorti che due valori erano fuori tabella, riconducibili però a sostanze e prodotti che in quest’azienda non vengono usati da tantissimo tempo (come ad esempio il cloropropano e la trielina). Nonostante questo, ho presentato ugualmente una denuncia immediata all’Arpat».
In seguito all’autosegnalazione, in Provincia a Pisa si è riunita la Conferenza dei Servizi, dove è appunto scattato l’obbligo di bonifica della parte di falda contaminata. «Dalla falda – afferma Bertelli – tireremo su quattro metri cubi al giorno d’acqua e la analizzeremo continuamente fino a che i valori non rientreranno nella norma. Per fortuna, ci hanno autorizzato a filtrarla e a riutilizzarla successivamente per i nostri cicli produttivi. Purtroppo, di tutto questo non è responsabile la nostra azienda. Noi certi prodotti non li abbiamo mai usati, probabilmente il tutto risale a qualche decennio fa».
La “Cromochim” di Santa Croce è classificata come “impresa a rischio d’incidente rilevante” e deve continuamente sottostare a rigidissimi iter legislativi, quelli entrati in vigore dopo il disastro di Seveso, da cui le autorità preposte iniziarono a rivedere l’intera normativa, classificando come sostanza tossica e cancerogena anche il bicromato di sodio, utilizzato appunto dall’azienda di Bertelli per fare il cromo.
Eppure, anche da una sostanza pericolosa può nascere e proliferare un’autentica miniera d’oro. Il cromo che esce dalla “Cromochim”, bicromato di sodio in riduzione con glucosio alimentare e acido solforico, viene infatti chiamato “oro verde” e di questo si riforniscono continuamente 60 aziende conciarie del distretto del Cuoio e le migliori imprese delle realtà di Arzignano e Solofra. Negli ultimi 13 anni Bertelli ha investito in tecnologia 1,5 milioni e attualmente, con cinque dipendenti, la “Cromochim” vanta un fatturato annuo di circa quattro milioni di euro.
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