Il Tirreno

Pontedera

Obbligo di bonifica ma l’inquinamento è colpa di altri

di Cristiano Marcacci
Obbligo di bonifica ma l’inquinamento è colpa di altri

La “Cromochim” dovrà decontaminare la falda anche se i rilievi indicano sostanze non usate dall’azienda

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SANTA CROCE. L’Arpat le ha intimato di decontaminare la falda, ma le responsabilità sono di altri, ed affondano le radici nel passato. Occorrerebbe scavare fino a 30 anni all’indietro per trovare la vera causa delle tracce di inquinamento rinvenute nel sottosuolo dell’area in cui si trova e opera l’azienda “Cromochim” di Santa Croce, in via Melaccio, nella zona industriale, dove viene realizzato il cromo che poi serve alle industrie conciarie per rendere migliore la qualità delle pelli.

È questa la situazione in cui si trova Alessandro Bertelli, nato a Isola ma residente a Fucecchio, presidente e amministratore unico dell’impresa. È stato proprio lui a scoprire che i valori della falda erano fuori norma e ad informare i tecnici dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale.

«Lavorando sulla base di un’autorizzazione integrata ambientale, necessaria con le normative di oggi – spiega Bertelli – abbiamo dovuto installare tre piezometri (dal costo di settemila euro l’uno) per verificare e misurare la pressione dell’acqua della falda. Dai dati rilevati da uno di questi, ci siamo accorti che due valori erano fuori tabella, riconducibili però a sostanze e prodotti che in quest’azienda non vengono usati da tantissimo tempo (come ad esempio il cloropropano e la trielina). Nonostante questo, ho presentato ugualmente una denuncia immediata all’Arpat».

In seguito all’autosegnalazione, in Provincia a Pisa si è riunita la Conferenza dei Servizi, dove è appunto scattato l’obbligo di bonifica della parte di falda contaminata. «Dalla falda – afferma Bertelli – tireremo su quattro metri cubi al giorno d’acqua e la analizzeremo continuamente fino a che i valori non rientreranno nella norma. Per fortuna, ci hanno autorizzato a filtrarla e a riutilizzarla successivamente per i nostri cicli produttivi. Purtroppo, di tutto questo non è responsabile la nostra azienda. Noi certi prodotti non li abbiamo mai usati, probabilmente il tutto risale a qualche decennio fa».

La “Cromochim” di Santa Croce è classificata come “impresa a rischio d’incidente rilevante” e deve continuamente sottostare a rigidissimi iter legislativi, quelli entrati in vigore dopo il disastro di Seveso, da cui le autorità preposte iniziarono a rivedere l’intera normativa, classificando come sostanza tossica e cancerogena anche il bicromato di sodio, utilizzato appunto dall’azienda di Bertelli per fare il cromo.

Eppure, anche da una sostanza pericolosa può nascere e proliferare un’autentica miniera d’oro. Il cromo che esce dalla “Cromochim”, bicromato di sodio in riduzione con glucosio alimentare e acido solforico, viene infatti chiamato “oro verde” e di questo si riforniscono continuamente 60 aziende conciarie del distretto del Cuoio e le migliori imprese delle realtà di Arzignano e Solofra. Negli ultimi 13 anni Bertelli ha investito in tecnologia 1,5 milioni e attualmente, con cinque dipendenti, la “Cromochim” vanta un fatturato annuo di circa quattro milioni di euro.

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