Sicurezza
Obbligati alla bonifica per decontaminare la falda
La “Cromochim” di Santa Croce nel mirino dei controlli degli operatori Arpat «Lo stabilimento è a rischio di incidente rilevante per il bicromato di sodio»
SANTA CROCE. Proseguono a ritmo serrato i controlli dei tecnici dell’Arpat (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana) nelle varie aziende conciarie del comprensorio del Cuoio. Una in particolare, in questi ultimi tempi, riceve parecchie delle attenzioni da parte del personale Arpat. Si tratta della “Cromochim spa”, che cura in particolare la concia al cromo, che serve a rendere la pelle imputrescibile (senza la concia la pelle è infatti un materiale facilmente deteriorabile per l’attacco di batteri organici). L’azienda in questione è in possesso della cosiddetta “autorizzazione ambientale integrata”. «Nonostante le modeste dimensioni, sia in termini di estensione che di numero di addetti – si specifica dall’Arpat – lo stabilimento è da considerarsi una “azienda a rischio di incidente rilevante” a causa della presenza del bicromato di sodio (una sostanza molto tossica e cancerogena). Qui, la reazione di produzione del cromobase viene effettuata tramite riduzione del biocromato di sodio con glucosio in ambiente acido, all’interno di un reattore agitato, dello stesso tipo di quelli usati nell’industria farmaceutica».
Dagli inizi del 2011 l’Arpat ha eseguito cinque sopralluoghi alla “Cromochin”, accertando l’ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’atto autorizzativo. Attualmente, è in corso un’opera di bonifica all’interno dello stabilimento, in seguito anche all’installazione di due piezometri (apparecchi con cui si misurano i coefficienti di compressibilità di solidi e liquidi) richiesti proprio dall’Arpat per monitorare lo stato del sottosuolo e per scongiurare e prevenire eventuali contaminazioni da cromo esavalente.
«Durante tali monitoraggi – spiegano dall’Arpat – furono rilevati valori di solventi clorurati superiori alle concentrazioni di soglia di contaminazione. In seguito, furono quindi avviate la procedura di bonifica prevista dalle normative e avviate le necessarie indagini di caratterizzazione ambientale».
Le indagini, sempre secondo l’Arpat, evidenziarono la presenza di una sorgente secondaria di contaminazione nel vecchio parco serbatoi interrati dismesso pochi anni prima, utilizzato per lo stoccaggio dei prodotti usati in conceria, tra cui appunto i solventi clorurati.
In questa fase, l’azienda si sta adeguando alle ultime prescrizioni dell’Arpat. «Sulla base di quanto approvato dalla conferenza dei servizi – spiegano i tecnici – è in corso d’installazione un sistema di “pump & treat” per la messa in sicurezza e la bonifica della falda, che prevede l’emungimento da un pozzo perforato nell’area contaminata con successivo desorbimento dei contaminanti mediante carboni attivi. Le acque depurate saranno poi riutilizzate come acque di processo nel ciclo industriale della ditta».
Cristiano Marcacci
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