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Carvalho: «Pontedera? Casa mia»

di Andrea Lanini
Carvalho: «Pontedera? Casa mia»

L’attore-regista racconta la recente passione per Pirandello

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PONTEDERA. Cacà Carvalho si racconta, parla del suo Brasile, della sua Amazzonia, di Pontedera, di cui è cittadino onorario; e del suo teatro, della sua visione del teatro, in cui, da qualche anno, si muove inquieta e ispiratrice la figura di Luigi Pirandello, dai cui testi Roberto Bacci e Stefano Geraci hanno preso le mosse per costruire sulla rocambolesca fisicità, sulle finissime gamme espressive di Carvalho, colonna portante della Fondazione Pontedera Teatro, tre spettacoli, “L'uomo dal fiore in bocca”, “La Poltrona scura” e il più recente, “Umnenhumcemmil” (“Uno, nessuno e centomila”), che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Era lo scorso 18 ottobre.

«Quando ho iniziato a frequentare la sua opera, di Pirandello in Brasile si sapeva poco o nulla», spiega l'attore-regista. La mia impressione è stata di entrare in contatto con un grande uomo che scriveva sulla vita. Oggi, vent’anni dopo, con tutto il tempo che è passato e le tantissime repliche di spettacoli a lui dedicati fatte in Brasile e in Italia, penso di aver capito il senso dei tanti modi di vedere “Pirandello”. Ora, quando penso a lui, penso ad un mondo. Parlerei proprio di un “mondo Pirandello”, è così che lo vivo».

Di “Uno, nessuno e centomila” dice che «è un organismo che ha tanti livelli, alcuni riguardano lo spettacolo come deve essere visto, altri ciò che accade durante lo spettacolo, nell’intervallo tra la parola detta e lo spazio dello spettatore, tra me e il pubblico accade qualcosa e come se ci fossero tanti spettacoli dentro. Tra le tante cose di cui tratta, c'è il discorso dell'annullarsi sul palco. L’annullamento, per un attore, è, in sostanza, il contrario del suo mestiere: ancora non sono sicuro di riuscire a metterlo in pratica del tutto. È un po' come fare un esperimento su di sé, per cancellarsi».

Cacà tra poco compie sessant'anni. Al tempo di “Un uomo dal fiore in bocca”, il suo primo lavoro su Pirandello, ne aveva quaranta. «Il tempo ci cambia, ha effetti precisi su di noi. Dopo anni, ripeti quel discorso sulla delusione, sulla dolce crudeltà di Pirandello, ma non hai lo stesso corpo, lo stesso vigore, la stessa vitalità; ma la struttura scenica, creata da Roberto Bacci, autore delle tre regie pirandelliane, è la stessa e io mi sento come un prigioniero che ripete lo stesso rituale nella cella-spettacolo. Questa riflessione spiega la vita di chi interpreta lo spettacolo, lo porta in giro come “cavallo di battaglia” e con cui cresce replica dopo replica. Il rapporto con Pontedera è iniziato «nel 1988, quando ho fatto qui un paio di repliche, e per me era una città di cui in pratica sapevo poco o nulla. Solo che c’era il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale, che c’era Grotowski, ma quella volta sono tornato a casa come dopo una tournée qualsiasi. Ma quando sono rientrato in Brasile e mi è stato proposto di venire a lavorare per un periodo più lungo a Pontedera, molte cose sono cambiate. È nato un rapporto professionale e di amicizia. “Pontedera” e “San Paolo” (la mia città) sono per me due pozzi, in cui bere e in cui soprattutto c’è uno scambio continuo di acqua, di vita. Ho riscoperto Pontedera come familiare, come se casa mia. E così sono familiari tutti quelli che fanno parte di questa città, dalla commessa all’autista, dagli attori al pubblico. Quando vado in scena qui, non ho paura di sbagliare. È una sensazione bella, che altrove mi capita raramente, perché per formazione familiare ho sempre dovuto fare la cosa “giusta” e avevo sempre paura di essere sbagliato; ma qui mi sento libero».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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