Il Tirreno

Pontedera

Teatro con i conti in ordine, pur avendo i grandi del palco

di Cristiano Marcacci
Teatro con i conti in ordine, pur avendo i grandi del palco

Il direttore artistico Renzo Boldrini spiega il segreto alla base del successo del “Verdi” di Santa Croce

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SANTA CROCE. Non è vero che per la cultura con la “c” maiuscola bisogna spendere tanto e che per allestire una stagione teatrale degna di nota, con attori e compagnie capaci di riempire la sala per ogni appuntamento, occorre andare in rosso. A Santa Croce, si può. Grazie soprattutto all’abile regia del fucecchiese Renzo Boldrini, confermatissimo al timone della direzione artistica del teatro “Verdi”, e grazie ad un’efficacissima rete di sinergie realizzata tra amministrazione comunale, Fondazione Toscana Spettacolo e “Giallo Mare Minimal Teatro”.

“La cultura costa, l’ignoranza molto di più”. Se non sbagliamo, è questo il vostro motto. Ma a Santa Croce, pare proprio che la cultura di qualità non costi per niente. Un teatro con i conti perfettamente in ordine è una rarità in ambito italiano. Non crede, Boldrini?

«Non sono affatto il Silvan del teatro. Non ho particolari chiavi per aprire porte ad altri nascoste. A Santa Croce esiste invece una dimensione gestionale del teatro assolutamente ottimizzata, con una gestione direttiva che pesa pochissimo dal punto di vista finanziario. Possiamo godere della collaborazione effettiva del personale del Comune e di una grande condivisione di squadra. Il mio segreto, se lo volete proprio chiamare così, è stato quello di voler “fare rete” molto prima che questo termine andasse di moda, come oggi. Insomma, siamo un modello che funziona, un piccolo teatro che lavora, produce progetti (ricordo, a questo proposito, la vincente intuizione della rassegna per bambini “Stasera pago io!”) e si rivolge alle scuole e ai giovani. Riguardo a questi ultimi, sta per partire anche un laboratorio di formazione avente l’obiettivo di trasformare in funzione attiva gli stessi spettatori».

Dal suo osservatorio ci può dire come la crisi ha cambiato e sta cambiando il pubblico e gli artisti?

«Sembrerà strano, ma con questa crisi che ora sta attaccando anche il minimo vitale delle famiglie, si va a teatro di più. Quella in cui siamo oggi la definirei una “società delle solitudini di massa”, in cui tutti sono iperconnessi con tutto, ma solo virtualmente. Talvolta, si ha bisogno di ritrovarsi concretamente. In un’epoca dove non esiste più il rito dello stadio oppure quello del partito, ecco che il teatro recupera un grande significato, tutt’altro che di nicchia. Lo si vede bene proprio a Santa Croce, dove in teatro si ritrova la più ampia molteplicità di pubblici, che rispetto al passato sono anche più esigenti, chiedendo di meglio della spazzatura che sono abituati a vedere alla tv. E questo lo sanno bene anche gli stessi artisti, molto più intimoriti e disponibili rispetto a qualche anno fa».

Veniamo alla stagione di prosa in programma a Santa Croce a partire dal 15 novembre. Su cosa e su chi si sente di poter scommettere?

«Faccio fatica a individuare qualche preferenza, anche perché la programmazione, per me, è un corpo unico, a metà strada fra la tradizione e il tradimento. Posso dire sicuramente ciò che mi incuriosisce di più e in questo quadro emerge senza dubbio “Un ispettore in casa Birling”, con Andrea Giordana e Paolo Ferrari, una sintesi tra il giallo e il dramma borghese. Inoltre, attendo con ansia il ritorno del grande Umberto Orsini, stavolta sotto il segno di Dostoevskij. Infine, sono pronto a difendere a spada tratta l’esperimento di Gioele Dix, con il “Sogno di una notte di mezza estate” e con i migliori comici dell’attualità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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