Sicurezza
Vite in bilico, alla ricerca di certezze
Le voci di chi sulle linee ci sta solo per alcuni mesi, tra le difficoltà del quotidiano e l’attesa di un lavoro stabile
PONTEDERA. C’è chi sta con mamma e babbo, chi vive da sola con una figlia a carico e chi con il marito condivide anche il precariato. La radiografia dei lavoratori che gravitano ai margini della Piaggio ha mille sfumature anche se quasi tutte le storie raccontano di vite in bilico tra la ricerca di certezze e un quotidiano di magro con cui fare i conti. Nomi di fantasia. Veli dietro cui si celano persone, uomini e donne, che non vogliono alimentare le paure per una condizione che già ne porta molte. «Nel 2005 sono entrata in fabbrica con un contratto a termine – dice Alessandra –. I primi anni riuscivo a lavorare anche per otto mesi e poi c’era l’assegno di disoccupazione. Si entrava a febbraio e si usciva a ottobre». La svolta è arrivata nel 2010 con l’inquadramento a tempo indeterminato come Part-time verticale (Ptv), sette mesi di lavoro garantito all’anno. «Da contrattista era un miraggio – spiega –, ma adesso non saprei cosa scegliere. Ho scambiato la tranquillità di essere richiamata con i soldi, perché con questo contratto non ho accesso alla disoccupazione».
«Si lavora 7 mesi e poi si sta a casa», afferma Elena, anche lei Ptv dal 2010. «Se nel periodo di fermo ti rivolgi a un’agenzia interinale ti ridono in faccia, non possono farti lavorare. Così finisce che o stai a casa o ti cerchi qualche lavoretto in nero per sbarcare il lunario». È soprattutto un esercito al femminile quello dei precari in Piaggio, alcuni con storie lunghe anche più di dieci anni. «Mio marito a fine anno cesserà la sua attività di artigiano, non ha lavoro - racconta Elisa –. L’unica entrata certa è il mio stipendio per sette mesi all’anno. Abbiamo una casa che stiamo pagando con un mutuo. Da alcuni mesi l’ho messa in vendita, non sappiamo come far fronte al pagamento delle rate». Una prospettiva a tinte fosche. «La banca mi ha concesso la sospensione del pagamento delle rate fino a quando no sarò richiamata in fabbrica – spiega –. Allora, dovrò ricominciare a pagare e tutto il mio stipendio dovrò girarlo alla banca per il mutuo».
Susanna è scappata dalla crisi Argentina del 2001. «Dal 2006 lavoro in Piaggio ma adesso mi trovo a fare i conti con la crisi anche in Italia», dice. E aggiunge: «Dopo sei anni come contrattista a termine sono passata a Ptv nel 2011. Qui sono sola con mia figlia, che fortunatamente ha un contratto a tempo indeterminato ma da part-time. Il suo è l’unico stipendio, circa 700 euro, per cinque mesi all’anno e ci dobbiamo pagare l’affitto e tutto il resto». Immigrato dal Senegal Ibrahim da sei anni è contrattista in Casa della Vespa. «Ho fatto quattro mesi e mezzo in fabbrica. Poi, mi arrangio con lavori interinali ma quest’anno è più dura del solito». Separata, con una figlia da crescere e l’affitto da pagare. Rossella è a termine. «Per avere accesso alla disoccupazione, dato che in fabbrica ci sono stata 4 mesi, ho accettato da un’agenzia anche un lavoro pagato 5 euro all’ora, quattro ore al giorno, dovendo fare 90 chilometri tra andata e ritorno – racconta –. Nel bacino siamo in 250, e adesso stiamo con il dubbio di sapere se il prossimo anno saremo richiamati a lavoro».
Ma come si sta in fabbrica? «Da contrattista lavori con la paura di chiedere anche le cose che ti spettano, quelle che ti fanno assentare dal lavoro – sostiene una voce di donna –. Per carità tra di noi c’è anche chi si approfitta della situazione, ma i più si danno da fare. E soprattutto, notiamo i lavativi che hanno più possibilità di te, tra quelli che sono a tempo indeterminato». «Capisco le richieste dei colleghi», afferma il 26enne Matteo, da quest’anno Ptv dopo sette anni da contrattista. Ma aggiunge: «Vivo in famiglia e per adesso non ho i problemi di chi si è reso indipendente». «E chi ci pensa ad andare a vivere da sola – rincara una collega –. Come potrei pagare l’affitto?». (m.m.)
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