Attenzione
«No all’ambulanza veniamo in auto»
La drammatica telefonata fatta dai Di Ruscio al 118 ad oltre diciannove ore dalla cena mortale a base di funghi
CASCINA. Una drammatica telefonata alle 15,44 di giovedì 18 ottobre. Sono passate quasi venti ore da quando la famiglia Di Ruscio, i genitori e la figlia di 40 anni, hanno mangiato un vassoio di funghi fritti. Stanno male, il loro destino è già segnato. Ma ancora non lo sanno. Per tutta la mattina, da quando hanno cominciato a star male, Simonetta (operatrice socio-sanitaria) e i genitori Lino, 65 anni, pensionato, e Luisa Trombetta, 59 anni, hanno pensato ad un malessere passeggero. A un virus di stagione ma anche a quei funghi mangiati la sera prima, dopo che Lino li aveva raccolti in un boschetto, un vivaio abbandonato e senza alcun controllo, vicino alla loro casa in via Battaglino a San Giorgio di Cascina.
I primi dubbi. Sono le 15,44 appunto quando Luisa si fa coraggio e telefona al 118 di Pisa. Le ore passano e i malori non si attenuano. Si insinuano i primi dubbi di qualcosa di preoccupante. La voce della donna arriva disturbata. Sembra quasi che abbia un certo timore a raccontare quello che le sta capitando. «Siamo in tre e ci sentiamo male...». L’operatore fa domande, cerca di capire. La casalinga racconta che la sera prima hanno mangiato funghi. Dalla voce si intuisce che la donna comincia ad avere paura. Ma quando il medico le chiede, dopo averle detto che devono andare subito all’ospedale a farsi visitare, se vuole un’ambulanza, lei la rifiuta. «È meglio che andiamo con la nostra macchina...».
L’intervento del medico. Pochi minuti dopo è Simonetta a raccontare al proprio medico di famiglia che stanno male, che hanno mangiato quei maledetti funghi e hanno problemi di diarrea e vomito. Il medico non perde tempo e va a casa della paziente. La visita e capisce che quelli lamentati dalla famiglia sono i classici sintomi dell’avvelenamento da funghi. Li convince, sotto lo sguardo attento della cugina di Simonetta, Daniela, ad andare al pronto soccorso. Il medico ancora non sa che la famiglia ha mangiato funghi della specie Amanita Phalloide, i più letali. Facili da confondere con altri funghi commestibili. Ai Di Ruscio quei funghi devono essere sembrati ovuli. Ma gli esperti sanno bene che questo fungo è il più pericoloso esistente in natura a causa della sua tossicità e del suo elevato polimorfismo che lo rende simile a molte specie.
Malori sottovalutati. I primi a non rendersi conto dei pericoli sono proprio le vittime dell’intossicazione. Si fanno accompagnare al pronto soccorso di Cisanello, a una distanza di dieci minuti da casa loro. Il tempo di raccontare della cena dei funghi, di farsi visitare e entrano in un vortice da cui usciranno morti.
Venerdì il dramma. Solo un giorno e mezzo dopo la situazione appare in tutta la sua gravità. I tre sono in attesa del trapianto di fegato. A quel punto cominciano a telefonare ai parenti e raccontano il dramma.
La cognata. «All’inizio non abbiamo saputo che stavano male – racconta Teresa Di Ruscio –. Io non sapevo neppure che Lino era un appassionato di funghi. Sapevo che da quando era in pensione si dedicava all’orto e amava fare passeggiate nel bosco. All’inizio, quando sono andati al pronto soccorso di Cisanello, non hanno detto niente a nessuno. Non volevano farlo sapere. Non volevano farci preoccupare. Ci sono stati tanti motivi per non metterci in allarme. E quando lo abbiamo saputo erano già in lista per il trapianto di fegato».
Il vivaio abbandonato. «Una cosa voglio dirla – continua –. Devo fare una segnalazione all’ufficio di igiene dell’Asl. Mi chiedo come mai tra queste piante (dice indicandole dal cancello di casa dei Di Ruscio, ndr) possano crescere funghi così velenosi. Loro non hanno valutato che quei funghi avrebbero potuto ucciderli. Non sappiamo con esattezza dove Lino li avesse presi e nemmeno a chi li avesse fatti vedere. Dicono a un contadino ma non ci sono certezze neanche per noi. Eppure quei funghi presi a un passo da casa li hanno uccisi tutti e tre».
L’ex marito. «Mio figlio Andrea sta meglio – dice l’ex marito di Simonetta –. Siamo stati costretti a dirgli subito la verità. Lo abbiamo fatto anche con il piccolo. Tanto altrimenti lo avrebbero saputo chissà in che modo». Oggi il bambino di 12 anni che ha rischiato di morire come la mamma e i nonni sarà dimesso. Ma non potrà più stringersi alle braccia della sua mamma, né divertirsi con i nonni.
Il funerale. Per la famiglia Di Ruscio è un momento di grande disperazione. Dolore, sconcerto e rabbia per non essere riusciti ad impedire una strage. Ieri mattina Maurizio Di Ruscio ha inviato una nota ai giornali chiedendo di non partecipare ai funerali dei loro cari e di «essere il meno invadenti possibile». È il momento del dolore dopo la lotta contro il tempo per cercare di strappare i due coniugi e la figlia ad un terribile destino. Le salme sono già a disposizione della famiglia che potrà organizzare il funerale.
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