Il dolore
Un inchino per la dea del palcoscenico
Carla Fracci ospite di San Miniato in occasione della rassegna “Venerdì del Dramma” al seminario vescovile
SAN MINIATO. Arriva puntualissima in piazza della Repubblica, scende dall'auto scura in compagnia della sua celebre aura, quella lucentezza irraggiungibile che sembra brillare dei riflettori di tutti i palcoscenici attraversati nell'arco di una carriera mitica, ancora in corso eppure già consegnata all'olimpo di ciò che di meglio l'Italia ha saputo esprimere nel campo della danza. Con lei, il marito Beppe, fido collaboratore, regista di spettacoli indimenticabili di cui la sua Carla è stata la regina, suo compagno di vita da oltre mezzo secolo.
Carla Fracci e Beppe Menegatti, la coppia d'assi che la Fondazione Dramma Popolare di San Miniato cala nel pomeriggio del 19 ottobre, in occasione di un “Venerdì del Dramma” davvero speciale. Abito bianco, lunghissimo foulard bianco che la avvolge come un mantello, su cui risaltano i lunghi capelli scuri. L'étoile, accompagnata da Marzio Gabbanini, presidente dell'Istituto Dramma Popolare, da Vittorio Gabbanini, sindaco di San Miniato, dal presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato Antonio Guicciardini Salini e dall'assessore alla cultura Chiara Rossi, visita la sede della Fondazione, osserva le tante locandine di spettacoli che decorano le pareti, anni e anni di produzioni in prima nazionale che hanno trasformato questa città nella capitale del teatro dello spirito. Tra cui quella del 1999, il “Cavaliere di Ventura”, testo di Roberto Cavosi, in cui lei interpretava Ofelia (era la sua prima volta a San Miniato). Una parte che le è rimasta nel cuore: «Momenti indimenticabili».
L'auditorium del seminario vescovile è gremito, all'ingresso di Carla e Beppe parte un lungo applauso, che si arresta solo quando iniziano a fluire le note di Mascagni, colonna sonora di un video che sintetizza le tante sfaccettature dell'universo Fracci: i trionfi da prima ballerina, l'impegno nel sociale, le battaglie a favore della cultura, le occasioni istituzionali, le frasi memorabili (“Ho ballato nelle piazze, nelle chiese. Sono stata una pioniera del decentramento”). Si dovrebbe parlare dell'“Irrompere nel sacro nel linguaggio della danza”, e il giornalista fiorentino Gherardo Vitali Rosati, moderatore dell'incontro, ci prova a tracciare il cammino della conversazione, ma sono troppi gli aneddoti, troppi i folgoranti nomi che Fracci e Menegatti hanno inciso nella propria biografia (da Montale a Eduardo, da Nureyev a Visconti, dalla Tebaldi alla Callas), troppe le curiosità legate a doppio filo con ciò che di più alto il Novecento ha espresso nella danza, nel cinema, nella letteratura, nell'arte figurativa. I percorsi di lei e di lui, intrecciati da una complicità di decenni, scavalcano gli argini, sgretolano qualsiasi domanda, esondano spontanei e scintillanti, per la gioia del pubblico presente, senza possibilità di alcun contenimento.
«Vi ringrazio tanto per quest'accoglienza così calorosa, sono felice di essere di ritorno qui», inizia Carla. «È bello che ci siano queste occasioni d'incontro. Anche se raccontarsi agli altri non è facile. Ci sono tante cose da dire, ma uno ha sempre paura di annoiare...». Figurarsi se c'è questo rischio con una personalità che, lo ricorda all'inizio Vitali Rosati, «è già nell'enciclopedia Treccani». «Sono arrivata al Teatro alla Scala a nove anni. Il grande palcoscenico che mi ha dato la possibilità di partire e girare il mondo. Non è stato facile. Quando si va a ballare all'estero si è ospiti di compagnie che non si conoscono, bisogna cercare subito una complicità, un giusto affiatamento, e questo ti apre la mente. È bello appassionarsi alle esperienze di altre persone, di nuovi generi. A me è capitato col teatro di prosa, col cinema. Qui da voi, grazie al testo di Cavosi, ho recitato la parte di Ofelia. Un ruolo splendido. Era un personaggio in cerca dell'amore. Oggi, devo dire, siamo anche in cerca di speranza. Spero che il Paese riesca a trovarla». Ricorda i suoi esordi milanesi, ai tempi in cui faceva «la comparsa nella “Bella addormentata”, quando il Royal Ballet di Londra era ospite della Scala. Nel ruolo di Aurora c'era la divina Margot Fonteyn. Vederla sulle punte fu una folgorazione. Avevo dieci anni. Non era solo un discorso di grazia, di eleganza: quella ballerina, per la prima volta in vita mia, mi ha fatto capire dove avrei voluto arrivare un giorno, e anche quanto era il lavoro che avrei dovuto fare. Ma sono caparbia. Non mi sono mai fermata».
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