La manifestazione
Ci si ammala come altrove eppure si muore di più
Montopoli, lo studio sui casi di leucemia non scioglie il nodo delle cause La Asl: confermata l’anomalia dei decessi, non si escludono ragioni ambientali
MONTOPOLI. La prima vera notizia è l’assenza di certezze. Impossibile, almeno per adesso, individuare una causa, un fattore predominante, una qualche responsabilità che dia un senso al dolore. Confermato l’eccesso di mortalità per leucemia nel comune di Montopoli, almeno nel quadriennio 2004-2008, senza però riscontrare, all’opposto, un livello d’incidenza delle patologie superiore alla media. Tradotto: ci si ammala come altrove, ma si muore di più. Resta il dubbio nella mente dei cittadini in silenzioso ascolto, quel tarlo d’insicurezza che un ragazzo in prima fila riassume, dopo quasi tre ore di esposizione: «Non capisco se dopo questo studio devo sentirmi sollevato oppure avere più paura». È la fotografia del consiglio comunale di lunedì, riunito in forma aperta per illustrare i risultati dell’indagine epidemiologica condotta dalla Asl 11.
«Un lavoro complesso, durato quasi tre anni», ricorda in apertura il sindaco Alessandra Vivaldi. Un lavoro che fornisce, comunque, alcuni elementi interessanti, indicando una pluralità di fattori di rischio, con una concentrazione di casi in alcune micro-aree, tra cui San Romano, «senza poter escludere, all’origine, possibili cause ambientali». A dirlo è la dottoressa Maria Grazia Petronio, dell’Asl 11, che ha diretto la lunga indagine sulle cosiddette neoplasie del sistema emolinfopoietico.
«Patologie – dice Lucia Miligi dell’Ispo – che si manifestano in vari tipi di tumori, e che all’origine possono avere anche fattori di rischio tutt’ora sconosciuti». Partendo dall’allarme lanciato nel 2008 dai medici di base, lo studio ha potuto confermare l’eccesso di mortalità a Montopoli (8 casi fra 2004 e 2008: uno in più, ogni anno, rispetto alla media), escludendo però una possibile causa comune.
«Abbiamo dovuto creare un nostro registro tumori – spiega Petronio – data l’assenza del registro regionale bloccato nel 2005 dalle norme sulla privacy. Quindi abbiamo ricostruito la storia residenziale dei soggetti, per vedere come i casi si distribuivano sul territorio». Da qui la ricerca dei fattori di rischio, «anche se lo studio – precisa Danila Scala della direzione tecnica di Arpat – non ha fatto emergere eccessivi addensamenti di fattori in alcune aree».
Impossibile individuare con certezza le cause più probabili. «Per adesso – dice Petronio – abbiamo escluso un’origine comune, tenendo conto che la mortalità ha falsato l’incidenza della malattia. Il risultato positivo è stato aver messo insieme un patrimonio di dati che sarà utile per il futuro». Ma dal fondo della sala, però, si respira l’insofferenza del pubblico per una serata fatta di numeri e termini necessariamente scientifici, che niente hanno tolto alle preoccupazioni e alla rabbia.
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