Sicurezza
Via la falce e martello dall’Arci «È in discarica, ingombrava»
Ponte a Egola, i comunisti cercano il maxi cimelio in ferro battuto per la Festa dell’Unità ma dal circolo è sparito. Increduli i militanti del PdCi: «Credevamo di aver lasciato tutto in buone mani»
PONTE A EGOLA. Tutti gli abitanti di Ponte a Egola ricordano la falce e martello della casa del popolo a Ponte a Egola. Ora il cimelio è diventato davvero solo un ricordo e la sua assenza è al centro di una surreale situazione che si è creata al circolo Arci Pannocchia della frazione sanminiatese, dove proprio in questi giorni fervono i preparativi per la Festa dell’Unità Comunista organizzata dal Pdci. E dove, nel bel mezzo delle pulizie estive attuate da alcuni membri del circolo, a farne le spese è stato proprio il simbolo più celebre e più conteso della storia del movimento operaio, finito dritto all’isola ecologica.
Apriti cielo! Fatto interamente in ferro battuto, foderato di stoffa rigorosamente rossa, l’enorme simbolo di oltre un metro è mezzo d’altezza era stato donato trent’anni fa ai comunisti nostrani dalla Federazione del Pci di Empoli, che ne possedeva due, entrambe realizzate da un ex-partigiano originario di Vinci. Una storia antica, recentemente entrata a far parte anche di una mostra fotografica sui comunisti in Toscana, fatta da un giovane artista della zona. Una tradizione fatta di lotte e ideali passati da una generazione all’altra e, dunque, anche di simboli che in una casa del popolo, probabilmente, non si dovrebbero dimenticare, ma che evidentemente partito dopo partito, congresso dopo congresso, “i compagni” hanno finito per trascinarsi dietro sempre più a fatica. Quando si è capito che cosa era successo alla falce e martello è partita la corsa ai ripari nel disperato tentativo di recuperare il prezioso reperto.
«Sapere che era stata buttata via, senza preavviso, ci ha feriti – dicono i volontari della Festa –. Credevamo di aver lasciato tutto in buone mani, come credevamo che una falce e martello trovasse in una casa del popolo la sua sede naturale, e invece ci sbagliavamo. È stata un’amara scoperta». Volontari, peraltro, tutti poco più che trentenni, eppure legati a quel simbolo la cui cestinatura è stata fatta da persone che invece il Pci lo hanno vissuto davvero. E forse è proprio questa la cosa che fa più male ai promotori dell’orgoglio comunista. Ancora oggi proprio al Pannocchia, ognuno col suo simbolo, ha la propria sede di partito. E se tutta la vicenda di fronte al bancone del circolo ha suscitato pure qualche ilarità, c’è anche chi è rimasto sconcertato dalla decisione dei compagni di circolo.
«Un segno dei tempi e della rimozione, attuata in vent’anni, di una storia di cui tutti una volta facevano parte con orgoglio. Un “mutamento antropologico”, come lo chiamava Pasolini», sostiene uno storico frequentatore del bar. «Tempi strani per le case del popolo di San Miniato, da una parte si buttano via le falci e martello, dall’altra si appendono simboli di altro tipo», dice un altro dei lavoratori della festa, facendo riferimento alla polemica che ha incendiato i locali della casa culturale di San Miniato Basso, dove il consiglio ha deciso di appendere un crocefisso nella sala delle carte. Fra i primi increduli di una tale discussione vi sono proprio coloro che hanno commesso il “misfatto”, e che oggi si difendono: «Non pensavamo di arrecare danno alla memoria di nessuno. Volevamo solo fare spazio, abbiamo buttato tanta di quella roba». La ricerca continua.
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