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«La prevenzione non è più possibile»

«La prevenzione non è più possibile»

Dibattito alla Festa di Liberazione a La Catena dopo l’indebolimento del servizio Arpat sul territorio

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SAN MINIATO. Quale filo conduttore unisce le controverse problematiche ambientali che da qualche anno coinvolgono il Valdarno? Dal pirogassificatore al fotovoltaico, dal biogas all’Arpat, dal Tubone alle maleodoranze, fino al più recente caso delle cave. È stato il tema del primo dibattitto che giovedì sera ha aperto la Festa di Liberazione a La Catena. Un viaggio a ritroso, dai casi più attuali a quelli che si trascinano ormai da decenni, a cominciare dal progetto Tubone, annunciato negli anni ’90 e oggi fortemente in discussione ad un passo dalla soglia del 2015, quando andrà a scadenza la deroga dell’Unione Europea per lo scarico di cloruri e solfati oltre i limiti consentiti. «Un progetto che abbiamo sempre contestato e che oggi non si sa che fine farà, nonostante abbia già impegnato ingenti risorse», ha ricordato Giuseppe Novino, consigliere di Rifondazione a Montopoli ed ex assessore all’ambiente, fino alla frattura di giunta per la vicenda dell’Arpat di San Romano. «Un tempo c’era un’attività di prevenzione – ha detto Novino – oggi il servizio è stato smantellato». Ospiti della serata, anche rappresentanti di associazioni e comitati, come Assunta Primaverina dell’Associazione per la salvaguardia di Roffia, che ha ripercorso i passaggi del fotovoltaico sanminiatese, sottolineandone «l’assenza di chiarezza e trasparenza, i meccanismi per aggirare le leggi, a dimostrazione di una politica – ha detto – che va solo dietro ai centri di potere senza ascoltare i cittadini». Accanto a lei Luca Scarselli dell’Unioni Inquilini, volto di riferimento nella lotta contro il pirogassificatore di Waste Recycling. «Ripercorrere date e personaggi di questa storia – ha detto Scarselli – getta una brutta luce sulla vicenda, e fa riflettere per capire le ragioni della legge 35, che ha sancito la strategicità dell’impianto senza che nessuno abbia ancora spiegato il perché». Atteggiamento ambiguo da parte della politica anche per Francesco Cavallini del comitato “No Cave”, a pochi giorni dal passo indietro della Provincia, che ha annunciato di voler mettere «una pezza» stabilendo il vincolo tartufigeno per la valle di Barbinaia. «Alla fine – ha detto Cavallini – non fosse stato per il tartufo, niente ci avrebbe salvato dalle cave. Non si capisce, però, come mai se ne siano accorti soltanto ora, dato che proprio lì, nel ’55, fu trovato il tartufo più grande del mondo». Per il consigliere provinciale Andrea Corti, «tutti questi casi vanno ricondotti ad un unico filo conduttore. Negli ultimi 20 anni i governi hanno fatto una scelta chiara, delegando all’iniziativa privata la gestione dei beni comuni, in un quadro normativo che agevola il contenzioso. Dobbiamo recuperare la programmazione che un tempo era alla base delle scelte». (g.p.)

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