Il Tirreno

Pontedera

LA TRAGEDIA»UN PAESE IN LUTTO

di Federico Lazzotti

PECCIOLI. Ciao Duccio, vorrei chiederti che cosa ne pensi di questa Fiorentina, scuoteresti la testa e mi diresti di parlare d’altro che è tanto che non ci si vede. E che fine ha fatto quello che era...

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PECCIOLI. Ciao Duccio, vorrei chiederti che cosa ne pensi di questa Fiorentina, scuoteresti la testa e mi diresti di parlare d’altro che è tanto che non ci si vede. E che fine ha fatto quello che era con noi a Facoltà di Frequenza quando studenti universitari provavamo a fare radio. Ti ricordi la festa Mondiale? La prima diretta? Il giudizio di Romeo? Vorrei sapere che cosa hai fatto in questi anni, da quando non ci siamo più visti dopo esserci fatti forza a vicenda, ogni giorno, per un’estate interna, stagisti entrambi nella redazione fiorentina di Repubblica.

Sei stato in Asia, l’ho visto oggi su Facebook, l’hai girata tutta con la tua solita faccia da schiaffi. Non so se conoscevi cinese e giapponese, ma da come ti abbracciano sono sicuro che ti sei fatto volere bene anche laggiù. Magari gli hai raccontato una barzelletta in pisano, hai brindato con loro, li hai invitati a casa tua a Peccioli e dentro ti sei portato la ferita di chi gira il mondo per conoscere un altro modo di vivere e pensare.

Ti ho cercato Duccio Tosti che eri il pisano più simpatico che conoscessi. «Perché voi livornesi – dicevi toccandoti il pizzetto – siete un po’ napoletani – ma non siete male, c’avete anche il mare e il cacciucco».

Vorrei chiudere gli occhi e scoprirti nella sala riunioni di “Repubblica”, prendere il contenitore che tenevi nello zaino, metterlo sul tavolo, e tirar fuori decine di fette di pane e pomodoro che la tua mamma ti aveva preparato la mattina prima di prendere il treno. «Ne vuoi una», chiedevi.

Ma ovunque fossi, all’università prima o nella redazione di un giornale poi, il tuo cuore, spento a 32 anni appena compiuti, era sempre nello stesso posto, dentro al circolo Arci di Peccioli, a due passi da casa, in mezzo ai tuoi amici, a parlare di calcio, a bere una birra o un ammazzacaffè, fumare una sigaretta oppure organizzare una partita al campetto, un viaggio, una trasferta. L’importante era trasformare tutto in una zingarata per ricordarla alla prima occasione, raccontata a chi non c’era e forse un po’ romanzata, sicuramente a cena.

«Un ragazzo di provincia che voleva scoprire il mondo». Che detto oggi che le province le vogliono abolire fa capire quanto l’esemplare fosse in via di estinzione. Di quelli, insomma, che se lo vedi non gli dai due lire ma se lo guardi e lo senti parlare ti accorgi di quanto e come le apparenze possano ingannare e non diano la misura del valore.

La voce roca, la battuta sempre pronta e la passione per il giornale. Eccolo Duccio, che nel 1998, quando era in quarta liceo, se ne era andato negli Stati Uniti e aveva studiato alla “Pender High School” in North Carolina. Poi la scelta di iscriversi a Siena alla Facoltà di Scienze della Comunicazione che allora era il meglio che potesse offrire la didattica, tanto che per entrare bisognava pure passare una selezione a cui partecipavano ogni anno un migliaio di candidati.

È dentro all’ateneo che aveva coltivato la passione per il giornalismo nata negli Stati Uniti. Poi il salto bolognese, anche qui entrato alla scuola dopo aver superato una selezione in cui in pochi ce la fanno.

Poi gli stage, alla Nazione come al Tirreno, perché di bandiere per Duccio ce n’era solo una, quella viola.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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