Il Tirreno

Pontedera

«Noi divisi da un cancello»

di Andreas Quirici
«Noi divisi da un cancello»

Mezzo secolo fa, storie dallo “scioperone” Piaggio tra lacrime, grida, violenza e liberazione

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PONTEDERA. Piaggio, 17 maggio 1962, ore 14,45. Suono della campana per il cambio del turno. Operai pronti a uscire per tornarsene a casa. Fuori dai cancelli altri operai, quelli del turno del pomeriggio, che discutono e alla fine non entrano.

E' il segnale dell'inizio dello scioperone e da dentro la fabbrica della Vespa scoppia un boato di gioia.

Lacrime, grida, liberazione. La madre di tutte le proteste a Pontedera rivive al Centro Sete Sois Sete Luas con tutti i suoi ricordi.

Duemila operai. Mario Mannucci e Lido Cerri quel giorno erano lì, divisi da un cancello. «Dovevo entrare nel pomeriggio – ricorda Mannucci che era anche esponente della Camera del Lavoro - Avevamo deciso di cominciare la lotta. Ma non sapevamo se lo sciopero sarebbe riuscito. Poi, però, il boato che proveniva da dentro la fabbrica ci rasserenò, ci fece capire che stava cominciando una nuova era per gli operai». Furono attimi infiniti quelli vissuti da chi era dentro la Piaggio in quel momento.

«Io ero nel turno di mattina – racconta Cerri che in quegli anni era uno del direttivo della Fiom e che insieme alla moglie Maria Marrucci paga ancora la tessera della Cgil – Pensavamo di vedere la solita marea di nostri colleghi che entravano per darci il cambio. Quando capimmo che quel giorno sarebbe stato diverso, corremmo fuori a unirci a loro. Eravamo in duemila. Sono scene che non dimenticherò mai».

Una città unita. Quei 75 giorni di sciopero portarono un risultato salariale modesto, 4500 euro lorde al mese di aumento. Molto meno di quanto richiesto.

Ma cementarono un territorio attorno alla lotta di classe. «Lavoravo in Piaggio insieme a mio padre – spiega Marco Barabotti – Tutti e due scioperavamo. Eravamo decisi nella nostra lotta, ma questo ci aveva provocato un mare di debiti. Ultimo Dal Canto, proprietario di una pizzicheria in corso Matteotti che oggi è gestita dal figlio, ci disse che finché ci sarebbe stato da mangiare per lui, per noi non ci sarebbero stati problemi. Un gesto significativo della grande solidarietà che ricevemmo dalla città. Quello sciopero ci ridette la dignità. Fino ad allora le guardie della Piaggio ci controllavano anche quante volte andavamo in bagno. Dopo fu tutto diverso».

I “crumiri”. L'inaugurazione della mostra è l'opportunità di ritrovarsi per tanti operai di quel tempo. Davanti a una gigantografia di una manifestazione, Benito Bardini e Alberto Benvenuti, quest'ultimo lavoratore della Pistoni Asso di Fornacette, puntano il dito sulle facce dell'immagine.

«Eravamo in tanti fuori, ma c'erano anche tanti crumiri che volevano lavorare – dice Benvenuti – La Piaggio chiamava la polizia durante gli scioperi per far spazio proprio a loro».

Un clima teso, anche violento in quei giorni. «C'era la celere di Padova e con la polizia ci furono tanti “scrocchi” – ammette Bardini – Io mi sdraiai sotto una loro camionetta. Stavo per essere arrestato, ma alcuni compagni riuscirono a portarmi via e mi salvarono dall'arresto».

L’inaugurazione. A fare gli onori di casa per l’incontro precedente al taglio del nastro, Antonio Pasquinucci, segretario del Pd di Pontedera: «Allestire questa mostra è stato un lavoro immane, svolto da uno staff che ha lavorato per un anno. Devo ammettere, però, che momenti come questi permettono di riconciliarci con il mondo della politica».

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