Sicurezza
L’agnello pomarancino ha la sua carta d’identità
Uno strumento per contrastare le “imitazioni” e le carni importate dall’estero Il Consorzio di tutela della razza conta 11 allevatori, per un totale di mille capi
POMARANCE. Pasqua porta in tavola l’agnello con la carta d’identità. È la soluzione messa in campo dagli allevatori della razza pomarancino per contrastare le “imitazioni” e il fenomeno delle carni importate dall’estero.
«Prima di ordinare al ristorante o acquistare, cucinare e servire in tavola costolette e cosciotti di agnello assicuratevi e chiedete sempre la provenienza delle carni». È la raccomandazione degli undici allevatori riuniti nel Consorzio Agnello Pomarance. Un invito a scegliere carni tracciate, garantite dagli stessi allevatori con metodi di allevamento naturali e nel rispetto di uno scrupoloso disciplinare. Un appello che il Consorzio lancia alla vigilia della settimana pasquale, periodo che farà registrare il boom di richieste e di vendita di carne di agnello.
«Vogliamo allontanare il rischio che in tavola finiscano carni straniere, allevate con metodi intensivi e da chi, come spesso accade le spaccia per agnello di Pomarance senza averne il diritto», afferma Luigi Piccicuto, presidente del Consorzio dell’Agnello Pomarancino. L’arrivo della Pasqua coincide infatti con l’invasione di carni provenienti dai paesi dell’Est e «da chissà quali allevamenti – progesue –. Quello di Pomarance è uno solo, ed è bene saperlo riconoscere per mettersi al riparo da fregature».
Alla base della rivendicazione del Consorzio, che conta undici aderenti, c’è il faticoso lavoro per evitare l’estinzione della razza autoctona della Val di Cecina, tornata a raggiungere la soglia del migliaio di capi. Nato nel 2008, l’ente ha il merito non solo di aver costruito un percorso di recupero ma di valorizzarne e promuoverne la vendita delle carni attraverso ristoranti, macellerie e la rete dei supermercati Coop.
«L’unico modo per evitare l’estinzione – sostiene Piccicuti – è di garantire l’opportunità alle aziende di avere un allevamento che produce reddito. E ciò è possibile con la vendita della carne e dei prodotti trasformati, come gli insaccati, i sughi per il condimento e i paté ».
Il direttore provinciale Coldiretti Aniello Ascolesetraccia il bilancio di quattro anni di attività del Consorzio. «L’esperienza nasce dalla volontà di tutelare il nostro patrimonio zootecnico, ma anche di trasformarlo in una fonte di reddito – spiega –. Queste aziende e questi allevatori hanno un ruolo fondamentale per la nostra comunità: tutelano il paesaggio ed i pascoli, diventando elementi indispensabili per il presidio e la salvaguardia del territorio. Il loro ruolo va al di là dell’allevamento».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
