Il Tirreno

Pontedera

Noi anglo-bientinesi di Pennsylvania Parla la comunità

di Jacopo Paganelli
Noi anglo-bientinesi di Pennsylvania Parla la comunità

BIENTINA. Storie di emigrazione tutta bientinese. La cittadina della Valdera è stata una delle più generose nei confronti dell’estero, con centinaia di cittadini che sono partiti per cercare fortuna...

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BIENTINA. Storie di emigrazione tutta bientinese. La cittadina della Valdera è stata una delle più generose nei confronti dell’estero, con centinaia di cittadini che sono partiti per cercare fortuna altrove.

Al punto che in paese non c’è famiglia che non abbia almeno un parente che sia espatriato durante il secolo scorso. La lontananza però non ha mai spezzato il filo rosso che lega i bientinesi d’oltremare e d’oltralpe alla terra natia. Certo, ci sono frequenti gemellaggi intrattenuti coi fratelli d’Europa, ma la parte del leone la fanno coloro che coltivano la memoria delle proprie radici. Che raccontano a figli e nipoti, orgogliosi e un po’ commossi, della loro provenienza. Uno di questi è Gino Carlotti, nato negli States e residente a Erie, Pennsylvania, dove vive una cospicua comunità bientinese.

Gino è stato in Italia ben dodici volte. L’ultima in estate, quando è stato accolto in municipio dal sindaco Corrado Guidi. «Mio padre è venuto in America nel ’21, in quanto c’era già suo fratello». L’italiano di Gino è di una varietà che meriterebbe un corso di linguistica.

Metà angloamericano, metà quel toscano arcaico e rustico delle campagne del nostro ‘900. La comunicazione al telefono è molto fluida: i ponti fra lui e la lingua che porta stampata nei cromosomi non si è mai rotto. «Quando nacqui, in famiglia si parlava bientinese.  Ma mia mamma - che lasciò Pontedera nel ’31 – non voleva che lo adoperassi, e mi rimproverava. Noi toscani d’America siamo rispettati da chi viene dal meridione, poiché conserviamo l’italiano che più si avvicina a quello originale. I miei figli hanno fatto tutti dei corsi di lingua al college, e i miei nipoti si lamentano perché vorrebbero che parlassi italiano in casa. Amano l’Italia».

La comunità che Bientina ha esportato in Pennsylvania è partita da un nucleo di circa dieci famiglie. «I bientinesi di Erie si sentivano come una famiglia, visto che i parenti erano lontani. Quando mi cadeva un dentino da latte, mamma lo inviava in Italia per posta».  Un legame ferreo e insolubile. «Al punto che, quando ero arruolato per la guerra in Corea e trovavo un commilitone col cognome italiano, la prima cosa che gli chiedevo era da dove venisse. Quando vado al camposanto della mia città d’origine, ci riconosco moltissime famiglie di quelli che adesso sono in America». 

Legame che adesso si sta però affievolendo. «Un tempo ci conoscevamo tutti. Adesso, con le generazioni che passano, si sente sempre meno il senso di italianità. Sta a noi tenerlo vivo». Per questo, Gino si è fatto depositario e divulgatore di Bientina e delle sue tradizioni: allestisce mostre e scrive articoli. Come un reportage su san Valentino, apparso sul giornale locale il quattordici febbraio. «Abbiamo ascoltato le storie e visto le testimonianze e i doni  che gli sono stati lasciati presso la chiesa. Mio padre gli era così devoto che girava sempre con una medaglia del santo in tasca. Questa vicenda ci dà lo spunto per riflettere sulle condizioni di vita in cui si trovano coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese d’origine. Però, anche se ci si lascia alle spalle la terra da cui si viene, rimane sempre una sorta di cordone indissolubile», commenta Guidi.

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