Il dolore
Fuggiti dalla guerra libica dimenticati a Santa Croce
Sospesi tra l’asilo politico e la clandestinità 15 profughi dell’Africa centrale L’assessore Bellini: «Rischiano di finire irregolari e in mezzo alla strada»
ARNO. Come in una sorta di limbo, a metà tra l’asilo politico e la clandestinità. Il risultato è una situazione di stallo, un complicato empasse, che ancora oggi tiene bloccati a Santa Croce 15 dei 20 profughi arrivati nei mesi scorsi dalla Libia. Fanno parte della seconda ondata migratoria dalle coste nordafricane, quella dei lavoratori stranieri residenti da anni nell'ex paese di Gheddafi: ragazzi originari dell'Africa centro-occidentale, arrivati in Libia per lavorare, e fuggiti in Italia per paura di ritorsioni contro i presunti collaborazionisti del vecchio regime.
Persone che non hanno più legami con le nazioni d'origine, ma che al tempo stesso non possono neanche tornare in quella terra d'adozione dove hanno lasciato proprietà e risparmi. Da qui la richiesta, alle autorità italiane, per il riconoscimento dell'asilo politico, in modo da potersi muovere sul territorio nazionale con l'obiettivo, nella maggioranza dei casi, di raggiungere amici e parenti già residenti in Francia o in Germania. Una richiesta che le commissioni preposte hanno accolto solo in parte. Nel caso di Santa Croce il permesso è stato accordato a 5 ragazzi originari di Ghana e Guinea. Niente da fare, invece, per gli altri 15 (provenienti da Mali, Congo, Togo, Nigeria e Mauritania) che hanno quindi presentato ricorso.
La situazione in Toscana coinvolge circa 1300 profughi, bloccati in attesa di una sentenza che potrebbe confermerà il parere delle commissioni, e che quindi potrebbe metterli fuori dalle strutture di accoglienza senza alcun tipo di riconoscimento: di fatto in una situazione d'irregolarità. La questione è stata al centro di un incontro, mercoledì in Regione, tra gli enti locali coinvolti e il governatore Enrico Rossi. Presente, per Santa Croce, l'assessore Alessio Bellini.
«Abbiamo chiesto al presidente Rossi – dice Bellini – di portare il problema all'attenzione del governo. L'errore delle commissioni sta nel valutare le richieste di asilo in base alle nazionalità di origine: in realtà queste persone non hanno più legami con quei paesi, e al tempo non possiamo rimandarle in Libia senza contrattare la questione col nuovo governo libico». Che aggiunge: «In quanto richiedenti asilo siamo tenuti ad ospitarli, mentre nei prossimi mesi, dopo la sentenza, potremmo buttarli fuori a norma di legge senza alcun titolo, senza un permesso che gli consenta di muoversi sul territorio nazionale. Cosa raccontiamo a queste persone? È necessario concedergli un permesso temporaneo, altrimenti rischiamo di metterle in un contesto d'irregolarità pur conoscendo praticamente tutto di loro. È paradossale».
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