La manifestazione
In ottocento nella palude della “cassa”
Uno degli imprenditori che ha anticipato i soldi ai dipendenti: «Con questi chiari di luna non posso più permettermelo»
PONTEDERA. «Sono fuori di circa 120mila euro per le settimane di cassa integrazione che ho dovuto fare in autunno. Ed è un conto che comincia a pesare sulla gestione dell'azienda». Col velo dell’anonimato un imprenditore del settore metalmeccanico presenta il conto al sindacato. A quella triplice, Cgil, Cisl e Uil che ha ingessato la Commissione provinciale della cassa integrazione guadagni da quattro mesi, perché non trova l’accordo sulla nomina dei propri rappresentanti. Un atto necessario per procedere al rinnovo dell’istituto da cui transitano tutte le pratiche per poter passare all’incasso dall’Inps.
C’è timore ad uscire allo scoperto. Ma il mal di pancia è diffuso. Un imprenditore edile è chiaro. «Ho sempre anticipato la “cassa” ai miei dipendenti, ma con questi chiari di luna non posso più permettermelo».
La prassi vuole che nei casi in cui l’azienda abbia i soldi si faccia carico di anticipare il trattamento. È in questo caso con lo stallo della Commissione a “pagare” è l'imprenditore, impossibilitato a rientrare dei soldi. Un rientro che in genere viene fatto compensando il credito verso l’Inps scalandolo dalle somme dovute per i contributi previdenziali. Ma se i soldi per pagare le indennità ai dipendenti non ci sono a soffrire, nelle more della Commissione, sono proprio quest’ultimi. E allora la misura della gravità dello stallo cresce in modo insopportabile.
La scadenza delle due commissioni, industria ed edilizia, è arrivata a settembre e da allora tutto si è incagliato. Fino ad accumulare un conto che supera un milione di euro per le ore di cassa integrazione ordinaria. La triplice, Cgil, Cisl e Uil, è divisa. Non su questioni di principio o di politica sindacale, ma sulle poltrone. Ce ne sono tre disponibili e non riescono a trovare l'accordo su chi debba restare in piedi per i prossimi 4 anni, tanto dura la carica. Ci sono una Commissione provinciale della Cassa integrazione guadagni per l'industria, con una poltrona, e una per l'edilizia che assicura due posti ai rappresentanti del sindacato. In ciascuna siedono anche un rappresentante delle organizzazioni datoriali, il direttore della Direzione provinciale del Lavoro e con un ruolo consultivo anche un esponente dell'Inps. E da quei tavoli devono passare le procedure della "Cassa" per essere approvate e messe all'incasso per le aziende e i loro dipendenti.
Da riunirsi una o due volte al mese, al fermo completo. Un blocco di oltre quattro mesi ingiustificabile anche da chi il sindacato lo fa sul campo. Una cinghia diretta tra impresa e dipendenti qual è quella delle sigle di categoria. «Quando firmiamo per la cassa integrazione - racconta un sindacalista - se i soldi non arrivano se la prendono con noi. Siamo noi che dobbiamo dare risposte ai lavoratori». C’è imbarazzo negli addetti ai lavori e si fatica a nascondere il grado di responsabilità. E a poco vale la scusa che «anche quando la Commissione funzionava il pagamento della cassa integrazione dall’Inps arrivava anche a distanza di otto mesi».
Le pratiche non vanno avanti. Al prudente silenzio dell’Unione industriale di Pisa si contrappone la voce dell’Associazione piccoli industriali della provincia. A parlare è il presidente Massimiliano Terreni: «L’impresa può anticipare la “cassa”, ma poiché non rientra tra i suoi compiti non è tenuta a farlo. E oltre al caso della Commissione a pesare è la stretta del credito. I pochi soldi che ci sono vengono utilizzati per sopravvivere». Ma aggiunge: «Per le piccole imprese il capitale è soprattutto quello umano, sono i propri dipendenti. E dispiace di doverli lasciare a piedi».
Lancia un appello a che la questione sia risolta l’assessore provinciale al Welfare Anna Romei: «Servono criteri e metodi diversi dal passato – dice –. Vale in questa come in tutte le altre vicende che investono il lavoro. C’è un catalogo di liturgie che cozza con la necessaria pragmaticità».
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