Il Tirreno

Pontedera

Finti precari, in 72 casi usati come dipendenti

di Paola Silvi
Finti precari, in 72 casi usati come dipendenti

I controlli degli ispettori nelle aziende della nostra zona: triplicati gli episodi Gli imprenditori sono stati sanzionati e obbligati a regolarizzare il rapporto

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Erano collaboratori a progetto, liberi di organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro ma non sgarravano mai l’orario di uscita e quello di entrata. Erano formalmente autonomi, svincolati dai ritmi aziendali, ma se lasciavano dieci minuti prima il posto di lavoro e se ne andavano, c´era chi sottraeva quei minuti dalla paga giornaliera.

E c´era chi svolgeva le stesse mansioni anche da anni, nello stesso luogo, ma restava precario, a progetto senza speranza di assunzione. Ogni anno gli ispettori della Direzione territoriale del lavoro visitano le aziende di tutta la provincia di Pisa. Per scoprire che cresce il lavoro irregolare. Che aumentano i finti precari, quelli che formalmente sono assunti come co.co.pro, che non hanno contributi pensionistici più alti, ferie e maternità ma che di fatto per i compiti che disbrigano sono equiparati a dipendenti fissi e stabilizzati. Nel 2011 la direzione territoriale ha scovato in provincia ben 72 storie di falso precariato che, a suon di sanzioni, ha ricondotto a lavoro subordinato. «Quando, nei nostri controlli, troviamo situazioni incompatibili con l’autonomia del contratto a progetto, facciamo partire le attività di accertamento. E se alla fine riscontriamo l’anomalia – spiega l’iter il direttore Annamaria Venezia – disconosciamo il vecchio precariato e lo riconduciamo ad una posizione lavorativa regolare. Ovviamente l’azienda in questione deve pagare i contributi arretrati da recuperare e le sanzioni». 72 appunto le vicende andate a buon fine, più del triplo rispetto al 2010. Ma la lettura dei dati potrebbe essere fuorviante. A fronte di conclusioni positive, di percorsi avviati e terminati nel migliore dei modi, ce ne sono altrettante rimasti incompiuti. A volte capita che la ditta non ottemperi alle decisioni della Direzione territoriale e preferisca fare ricorso. Altre volte – e questi sono i casi più gettonati – è molto difficile stanare il sommerso.

«Intanto perché – continua Venezia – la normativa nazionale estende, rispetto al passato, le modalità di contratto a progetto, incrementando l’uso di queste convenzioni atipiche. E poi perché è sempre più raro trovare persone disposte a testimoniare. Il lavoratore stesso ma anche i colleghi vivono una condizione ricattabile». Così i diritti restano virtuali. Un miraggio arduo da riconoscere in un mondo del lavoro dove le nuove assunzioni scarseggiano, l’occupazione manca e dove fallisce anche la flessibilità che si trasforma in ibrida precarietà.

«Abbiamo trovato – ricorda il direttore – muratori con contratti a progetto che quotidianamente fissavano le tegole sui tetti, commesse associate in partecipazioni che invece svolgevano attività scandite da orari e mansioni. Turni, obiettivi, controllo della tempistica. Non c’è nulla di autonomo in tutto questo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA     

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