Il Tirreno

Pontedera

Rischiano di tornarsene a casa i 24 profughi ospiti al S. Chiara

VOLTERRA Una situazione paradossale, l'ennesimo scontro tra burocrazia e buonsenso i cui effetti negativi come di consueto si riflettono sui più deboli. I protagonisti, loro malgrado, di questa...

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VOLTERRA

Una situazione paradossale, l'ennesimo scontro tra burocrazia e buonsenso i cui effetti negativi come di consueto si riflettono sui più deboli.

I protagonisti, loro malgrado, di questa storia sono ventiquattro esuli di guerra di origini asiatiche, che negli ultimi anni erano riusciti a costruirsi una vita, alcuni anche a trovarsi un lavoro per mantenere le proprie famiglie in Libia, dopo essere partiti dal Pakistan e dal Bangladesh.

Poi la guerra, il tentativo di fuga, l'imbarco forzato verso l'Italia; a Lampedusa la richiesta di asilo politico e poi all'Istituto Santa Chiara di Volterra, nell'ambito del sistema di emergenza per i rifugiati.

Ed è a questo punto che, finiti i problemi più pesanti, iniziano quelli con la legge italiana, come spiega Annet Henneman, che segue da vicino le vicende di questi ragazzi a uomini in fuga e alla ricerca della propria vita: «Senza lavoro, senza permesso di soggiorno, senza conoscere né la nostra lingua – spiega Annet – né i propri diritti, queste persone sono costrette dalle nostre norme a essere rimpatriate nei loro paesi d'origine, dato che lì non c'è la guerra e loro non sono in pericolo di vita».

« Ma loro da questi paesi erano andati via anni fa – prosegue Annet – per cercare un lavoro e una possibilità di sostentamento per le proprie famiglie: che cosa possono fare ora in Pakistan e in Bangladesh, dopo che la guerra libica ha tolto loro tutto quello che avevano costruito?».

I ventiquattro rifugiati sono ospitati, come detto, in alcuni locali all’interno dell'Istituto Santa Chiara, vivendo quasi in isolamento: non possono lavorare, perché non sono regolari, non possono comunicare perché non conoscono l'italiano.

Possono solo sperare che la Commissione per la protezione umanitaria dei profughi, che si riunisce a Firenze, non li costringa a tornare in Asia, nei loro paesi d’origine.

«Purtroppo alcuni di loro – conclude la Annet Henneman – hanno già avuto parere negativo dalla commissione, e ora sono in attesa di conoscere l'esito del ricorso, anche se le speranze che nutrono, sulla conclusione di questa brutta vicenda, sono poche. Senza asilo politico, senza protezioni né impegno da parte delle istituzioni, la vita di queste persone è destinata a cambiare ancora una volta contro la loro volontà, e ancora una volta senza certezze per il futuro».

Nicolò Colombini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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