Il Tirreno

Pontedera

Gli studenti raccontano i luoghi dell’Olocausto

di Paola Silvi
Gli studenti raccontano i luoghi dell’Olocausto

Una delegazione partita da Cascina impegnata nel “viaggio della memoria” Nelle loro parole la tristezza trasmessa da luoghi che non si devono dimenticare

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CASCINA

«Siamo appena arrivati in quello che viene chiamato Auschwitz 1». Il cielo è grigio, la temperatura sfiora 20 gradi sotto zero e il sindaco Alessio Antonelli a capo della delegazione cascinese, una ventina in tutto, che sta partecipando a questo viaggio della memoria, racconta quello che vede, quello che sente. «Camminando in mezzo alle baracche del campo di concentramento è impossibile – dice al telefono - non pensare a quanto dovessero soffrire i prigionieri dei nazisti quando faceva molto freddo e non c’era nessun modo per riscaldarsi. I deportati venivano spogliati di tutto, dei loro averi, dei bagagli, dei vestiti, delle scarpe». Persino dei capelli: al loro arrivo nel campo venivano subito rapati a zero in modo brutale e sbrigativo. Poi a ciascuno veniva fornita quella “divisa” a righe bianche e celesti che spesso compare nel documentario girato dai soldati dell’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945, giorno della liberazione. «Ovunque – continua il primo cittadino – siamo circondati da una montagna di oggetti, di beni materiali. Ma le persone sono assenti. Questo contrasto fa paura. E’ terrificante». Il gruppo, formato da alcuni rappresentanti delle associazioni locali, dell’amministrazione, da insegnanti e alunni del Pesenti, si muove tra la folle dinamica dello sterminio, tra il tragico ricordo dell’annientamento. In punta di piedi. Tra  montagne di occhiali, scarpe, pentole e scodelle, valige e borse, le protesi tolte agli zoppi e ai mutilati. I nazisti non buttavano via niente, tutto veniva riciclato e riutilizzato, soltanto le ceneri dei morti uccisi nelle camere a gas venivano disperse nei laghi e nei fiumi vicini, per non lasciare tracce. Neppure i più piccoli erano risparmiati. La stanza che raccoglie vestitini, biberon e giocattoli è una di quelle che alla fine della visita non si dimentica. E proprio la vicinanza temporale dello sterminio è uno degli aspetti che più fa riflettere gli studenti venuti qui. «E’ la seconda volta che faccio quest’esperienza – aggiunge Carolina Sbrana, in quinta al liceo internazionale, ad Auschwitz insieme a Maria Vittoria e Sara – e visitando questi luoghi, capisco davvero il significato di pregiudizio razziale. Sento la crudeltà disumana e lucida dei carnefici nazisti e delle vittime, ammassate nelle camere a gas. Anche oggi c’è chi nega tutto questo ma noi abbiamo il dovere morale di trasformarci in testimoni». Saranno loro, questi adolescenti cascinesi la voce della Shoah. Racconteranno, appena tornati casa, agli alunni di terza media, l’orrore che hanno visto. «Utilizzeremo – conclude Carolina – foto e immagini, per trasmettere la tristezza e la desolazione che avvertiamo». Con loro c’è anche Armando Castro, figlio di una deportata. Lui, Auschwitz, l’ha vissuto da vicino. Nei ricordi della madre ebrea polacca. Nei suoi silenzi. Nei suoi sguardi. «Mia madre – il suono della voce ci raggiunge da lontano – è sopravvissuta alla Shoah e mi ha trasmesso questo senso di tradimento nei confronti dei polacchi. Trovo bello che le generazioni future si affaccino a questa realtà, la mantengano viva. Mi piace stare tra i giovani, cercare di far capire loro questa Storia, anche se a volte la rabbia sale e finché non si passeggia tra i corridoi di Auschwitz non si ha il senso delle proporzioni». La delegazione cascinese tornerà stasera.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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