Sicurezza
«Ecco a cosa serviva il rafforzamento del presidio Arpat»
«Di fronte ad un comprensorio sempre più attraversato dalle polemiche ambientali, riemerge la necessità di una mappatura del territorio, per stabilire se certi impianti sono accettabili
MONTOPOLI. «Di fronte ad un comprensorio sempre più attraversato dalle polemiche ambientali, riemerge la necessità di una mappatura del territorio, per stabilire se certi impianti sono accettabili o meno. A questo serviva il rafforzamento del centro Arpat di San Romano».
E' la riflessione del consigliere ed ex assessore Giuseppe Novino di Rifondazione, insieme alla collega Maria Vanni del Psi. «La politica – scrivono – deve essere al servizio della comunità e non di interessi particolari. Per questo, a Montopoli, il programma di legislatura sottolineava l’importanza di alcune scelte strategiche, come l’istituzione del centro regionale Arpat di San Romano. Struttura importante per controllare quotidianamente le emissioni provenienti dalle attività conciarie, e monitorare quelle a più forte impatto con il telerilevamento, anche in vista del cosiddetto “Tubone”. Per stabilire se un nuovo insediamento è accettabile all’interno di un territorio definito ad alta criticità ambientale, occorre chiaramente sapere prima qual è il suo stato di salute. Non possiamo quindi condividere il percorso “all’incontro” attuato per il pirogassificatore o per l’impianto a biomasse. Tra i punti del nostro programma c'era infatti la mappatura dettagliata del territorio. Il metodo di lavoro deve essere diverso: sarebbe stato logico, infatti, che la Provincia, prima di autorizzare qualsiasi sperimentazione, si fosse dotata di una mappatura dell’inquinamento. Per questo siamo sempre più convinti che la battaglia per mantenere, anzi rafforzare, la presenza dell’Arpat fosse giusta e motivata, e non può venir meno ora che siamo di fronte a scelte che segneranno il futuro del territorio. Ci domandiamo, infine, a chi giova introdurre nuove attività che non hanno niente a che vedere con il nostro territorio. Se può essere condivisa la scelta di chiudere la filiera della depurazione conciaria con il trattamento dei fanghi, questo deve avvenire anche nell’ambito agricolo, dove ha senso utilizzare gli scarti se provengono da attività del territorio, invece di indurre gli agricoltori a monoculture invasive».(g.p.)
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