Attenzione
«Pensavo scherzassero» Ed invece lo uccideva
La drammatica testimonianza dell’operatore che accompagnava i tre ospiti della residenza per malati psichici “Martina Bandecchi” di Terricciola
di Sabrina Chiellini
TERRICCIOLA
Erano stati in paese, come tanti altri giorni. Matteo Bassi, 32 anni il prossimo 19 luglio, un educatore e altri due uomini inseriti nel percorso di riabilitazione all’interno della residenza “Martina Bandecchi” per malati psichiatrici.
È sulla strada del rientro verso la struttura, in un tratto senza luci in mezzo alle colline, che l’omicida ha tirato fuori un comune coltello da cucina, che si era procurato durante la giornata, e ha colpito numerose volte Matteo ritenendo, nella sua mente malata, che gli trasmettesse il malocchio.
Vittima e accoltellatore erano rimasti indietro rispetto all’educatore. Soli. Nel buio. L’omicida, 33 anni, di Ponteginori ,nel comune di Montecatini Valdicecina, lo ha sorpreso alle spalle e pugnalato più volte alla schiena e all’addome. «Così la smette. Rompeva - queste le sue prime parole - io gli ho dato tante coltellate».
All’inizio l’educatore ha sentito alcune grida. L’oscurità però gli impediva di vederli. «Ho pensato che stessero scherzando - ha raccontato il dipendente di Agape, la cooperativa che gestisce la casa famiglia - non pensavo fosse successo qualcosa di così grave. Poi sono passate alcune macchine e hanno illumininato la scena. Ho visto che c’era una collutazione». L’operatore si è precipitato a dividere i due, rischiando a sua volta di essere ferito. Poi ha visto il coltello, il sangue sui vestiti di Matteo, che inizialmente non aveva perso conoscenza anche se ferito. Da un vistoso taglio alla mano sinistra si intravedeva un tendine, come hanno poi raccontato i primi testimoni. Matteo ha lottato per evitare quei colpi, dieci o quindici. Dal loro numero - sarà accertato durante l’autopsia già richiesta dal pm Giovanni Porpora - si potrà anche capire se l’omicidio è stato premeditato, come sembra di capire da alcuni particolari, anche se psichiatri e operatori della casa famiglia sono pronti a dire che l’autore del delitto (ora in carcere) non aveva dato segnali di aggressività. Soffre di manie di persecuzione, ha avuto problemi di tossicodipendenza dopo un lungo soggiorno a Londra e piccoli precedenti di polizia giudiziaria. Agli educatori forse non era sfuggito che, appena arrivato nella casa, l’aggressore aveva individuato in Matteo un facile bersaglio, ritenendo che portasse male.
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