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Pontedera

Noi vittime della riforma senza lavoro né pensione

Noi vittime della riforma senza lavoro né pensione

Dopo la mobilità scoprono che al termine non avranno i requisiti per l’assegno Il dramma di due ex piaggisti, incastrati dalla manovra del governo Monti

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di Manolo Morandini

PONTEDERA

«Senza lavoro e senza pensione non possiamo stare. Fateci rientrare in fabbrica». Giorgio Remorini e Giorgio Keller sono due “vittime” dell’equità. Quella introdotta dalla riforma pensionistica targata Monti-Fornero. Operai della Piaggio che hanno aderito alla mobilità volontaria per arrivare al traguardo della pensione. Invece, sono cambiate le carte in tavola. I nuovi requisiti hanno alzato l’asticella. Al termine del periodo coperto dall’ammortizzatore sociale si troveranno nel mezzo alla strada.

Un caso nel caso. Hanno deciso di metterci la faccia. L’ex operaio della 2 Ruote Giorgio Remorini, 52enne con 36 anni e 6 mesi di contributi, e il collega Giorgio Keller, ex collaudatore, 58enne anche lui con 36 anni e 6 mesi. Per loro alla scadenza del triennio della mobilità si apre un periodo nero. Da un mondo di certezze cadranno nel baratro dell’incerto. Tutto perso, nel nome dell’equità e del risanamento delle finanze dello Stato. E come loro sono almeno una ventina gli ex piaggisti che hanno sfruttato lo scivolo. Una fuga in avanti che rischia di finire con un tonfo. Serve una pezza. Non regge alla loro situazione il paracadute introdotto da Monti che fa salvi i requisiti della vecchia normativa per chi alla fine del periodo della mobilità, in base ad accordi sottoscritti entro la fine dello scorso anno, li avrà maturati.

Uno spicchio di mondo del lavoro che è stato tagliato. Perso. Dimenticato. I conti per dare un nuovo ordine alla propria vita sono saltati. Spazzati dal vortice delle tre riforme che si sono susseguite nel giro di un semestre.

La voce dell’operaio Giorgio. «Sapevo che al termine della mobilità ci avrei rimesso qualcosa, in termini di soldi – dice l’ex piaggista –. In famiglia ho due persone anziane invalide e non autosufficienti. Mia madre e mia zia devono essere seguite costantemente ed io sono il loro unico parente più prossimo». Un bisogno a cui Giorgio pensava di poter far fronte cogliendo l’opportunità dell’uscita anticipata. Il “licenziamento” lo ha firmato lo scorso settembre. «La mia è stata una scelta dettata dalle condizioni familiari – spiega -. Per occuparmi della mamma e della zia senza far ricadere il tutto sulle spalle di mia moglie».

Ecco il conto. «Sapevo che anche con la vecchia legge avevo la necessità di versare 8 mesi di contributi nell’arco dei prossimi tre anni, per maturare il diritto alla pensione. E consapevolmente ho scelto anche di rinunciare alla finestra, che vale un anno. Sarei stato un anno senza riscuotere ma l’ho messo in conto».

Gli 8 mesi in meno. «Avevo messo in conto di lavorarli, per le aziende che ssumono persone in mobilità ci sono una serie di sgravi contributivi». L’inganno di una falsa certezza. «Dopo le riforme della scorsa estate non pensavo che anche Monti avrebbe rimesso mano alle pensioni. Con i nuovi requisiti invece dell’1 ottobre 2016 maturerò i requisiti l’1 aprile del 2018. Diciotto mesi in più».

Lo sfogo dell’ex collaudatore. «Mi sarebbero mancati sei mesi al termine dei tre anni di mobilità per la pensione – afferma il signor Keller –. Mi sono logorato per qualche mese. Poi è arrivata la mazzata. Ormai l’ho presa e non resta che provare a trovare un rimedio». Che aggiunge: «Ognuno nel progettare il proprio futuro si dà delle scadenze e lo fa sulla base delle regole valide in quel dato momento. Chi decide di andare in mobilità domani ha ben presente il nuovo quadro per arrivare alla pensione. E può valutare i pro e i contro». Non ci sta l’ex collaudatore a restare con un pugno di mosche in mano. «Ho aderito alla mobilità perché mi avrebbe permesso di arrivare alla pensione. Invece, resterò fuori per un anno. Senza stipendio e senza pensione». E conclude: «Non credo che di casi come i nostri ce ne siano molti. Quanto mai andremo ad incidere sulle casse dello Stato? E comunque se equità ci deve essere, deve valere anche per noi. Non possiamo essere gli unici a pagare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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