Il Tirreno

Pontedera

Immigrazione, maxi condanne

Un’aula di tribunale
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Un’aula di tribunale

Un giro di permessi falsi per migliaia di euro

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 CAPANNORI. Ventitre anni e mezzo di reclusione e 140mila euro di multa complessive per un giro di permessi di soggiorno falsi ad extracomunitari. Maxi condanna del tribunale nei confronti di quattro persone - due lucchesi, un pisano e un campano - accusate di favoreggiamento all'immigrazione clandestina e falso in atto pubblico. Per la procura gli imputati presentavano falsi documenti in grado di dimostrare un impiego e un domicilio degli stranieri percependo, in cambio per ciascuna domanda, compensi che variavano dai 2 ai 3mila euro. Accogliendo le richieste dell'accusa, retta dal sostituto procuratore Piero Capizzoto, il tribunale (presidente Carlo Annarumma, a latere Letizia Di Grazia e Riccardo Nerucci) ha condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione e 50mila euro di multa Alberto Pieroni, 50 anni, ragioniere, all'epoca residente a Gragnano e Massimo Mosti, 57 anni, che abitava in via Puccini a S. Anna. Quattro anni e tre mesi di carcere per Antonio Fusi, 64 anni, originario di Buti, ex titolare del calzaturificio Viamodè Piccoli Soci con sede operativa a Capannori e Giovanni Perna, 52 anni, di Napoli e amministratore della Eurotecnica srl con sede a Ravenna.  La vicenda emerse nel dicembre 2006 e si concluse nel marzo 2008 dopo un'inchiesta del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Secondo gli investigatori i quattro si sarebbero spartiti una somma tra i 200 e i 250mila euro per aver presentato quasi un centinaio di domande di nulla osta al lavoro subordinato. Domande di regolarizzazione non accolte proprio in seguito agli accertamenti delle fiamme gialle. Per la procura - all'epoca l'indagine venne condotta dal sostituto procuratore Fiorenza Marrara - nel presentare le domande che dimostrassero un impiego per gli extracomunitari che chiedevano il permesso di soggiorno gli imputati ti utilizzavano quattro società con sede nel Capannorese: tre calzaturifici e un'azienda di manutenzione di macchine per calzature. Piccole ditte non più operative da tempo. In piedi soltanto sulla carta in quanto non risultava ancora cancellata la partita Iva. I dati di bilancio indicati nelle domande presentate in Prefettura erano falsi. Ma suffragare la veridicità delle richieste i quattro imputati inserivano degli immobili come luogo di futura residenza dell'immigrato. Edifici che non potevano essere adibiti ad uso abitativo. (l.t.)

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