Italia
Garzella e il sogno di una nuova compagnia
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Il pubblico del teatro Politeama di Cascina; il direttore Alessandro Garzella Il direttore ci racconta il suo teatro: «Un luogo di eversione poetica»
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CASCINA. «Rappresentiamo l'emblema di un teatro differente, che trova la propria identità tra i segni della profonda emarginazione, nelle periferie urbane e umane, nei centri di igiene mentale, nei sogni degli esclusi, nelle fantasie degli ultimi». Il direttore Alessandro Garzella definisce così il suo Politeama. Tra impegno e intrattenimento. Tra un cartellone di spettacoli che inizia con don Gallo e un percorso che potrebbe chiudersi con la nascita di una nuova compagnia. «Noi ospitiamo artisti che, come me, pensano che il teatro sia un luogo di eversione poetica, uno spazio di disabilità che, più di intrattenere al consenso, cerca passioni che non sono merce, non sono voti, non sono rendimenti bancari ma sentimenti, pensieri, visioni, utopie. L'arte intreccia il presente con le radici della memoria, con le competenze di chi sa insegnare ai giovani, a quei figli che sono carne da macello, oggetti di demagogie, clienti di psicofarmaci, soprammobili da stuprare con le volgarità di una vita che non concede più spazi alla poesia. Io sono un artista in prima linea, irriducibile rispetto a chi pensa di scalfire la libertà dell'arte attraverso le sconcezze del potere, l'arroganza del mercato». E proprio su questi sentimenti poggia il programma teatrale. Su queste premesso «ho disegnato - continua Garzella - un cartellone rivolto a spettatori inquieti, a chi non va a teatro per assopirsi ulteriormente nell'ipnosi di un benessere in crisi. Un cartellone per giovani che hanno bisogno di vecchi e per vecchi che hanno cose da dire. Che porta l'orgoglio di presentare un teatro d'interesse nazionale in una periferia poco attrattiva. Oggi questo teatro è fatto di tanti artisti, ciò consentirebbe una ulteriore sfida: l'idea, sempre più condivisa, di riconsegnare agli artisti la titolarità di quei settori del teatro che non corrispondono alle logiche di mercato». Se la crisi insomma non consente alla pubblica amministrazione di mantenere in vita il teatro d'arte sono gli artisti che devono rendersi disponibili a trovare nuove forme di collaborazione. «Come accade - aggiunge - in altri paesi dove le Fondazioni sono incubatori d'impresa che proteggono il lavoro della creazione». Ed ecco l'ipotesi del nuovo team. «Con questo spirito potrebbe nascere una nuova compagnia che, includendo anche le persone particolari che si sono unite al mio cammino artistico, potrebbe, per esempio, chiamarsi "animali celesti". Se un cartellone che apre con Don Gallo finisse con la nascita di questo gruppo sarebbe sicuramente un buon auspicio per tracciare ponti tra tanti territori fisici e mentali. Perché il territorio è il mondo, che non è fatto solo da chi decide lo spread, ma anche dalle nostre capacità di immaginare e di guidare, nella direzione della bellezza, la mutazione, parola chiave dei nostri tempi».
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