Il Tirreno

Pontedera

Un linguaggio per farsi capire

Paola Silvi
Un linguaggio per farsi capire

Impiegati dei Comuni a "scuola" per imparare a comunicare meglio

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PONTEDERA. "Oblazione"? Meglio "pagamento". L'istanza? Non è altro che una richiesta. E il nubendo chi è? Colui che sta per sposarsi. Basta col burocratese. La pubblica amministrazione deve usare un linguaggio comprensibile da tutti i cittadini. E' questo l'obiettivo del comune di Pontedera e dell'Unione della Valdera che in collaborazione con l'Istituto di teoria e tecniche dell'informazione giuridica e con il patrocinio dell'Accademia della Crusca hanno iniziato un percorso verso la semplificazione e la trasparenza del linguaggio amministrativo. Percorso al centro del convegno di ieri dove una serie di esperti di linguistica e di diritto hanno presentato le loro esperienze e la messa a punto di due manuali di "traduzione" in lingua italiana corrente di tutte le espressioni oscure usate dagli uffici pubblici. Dove il criterio di base si fonda sull'intento di maggiore comprensibilità. «La legge 241 del 1990 ha fissato alcuni punti fermi su come rendere chiari i passaggi che portano alla redazione di un atto. Con la diffusione di internet poi - spiega Marco Cecchi, assessore alla trasparenza amministrativa del comune di Pontedera - i dati diventano facilmente consultabili e a portata di mano dei cittadini. Gli albi-on line ne sono un esempio calzante. Che il cuore del provvedimento sia allora subito facilmente desumibile diventa indispensabile». Ma spesso la lettura dei documenti scritti dalle amministrazioni risulta di difficile comprensione per chi non è abituato ai formalismi e alle espressioni di rito degne di un "azzeccagarbugli". E se la chiarezza e' una necessità urgente per non creare cittadini di serie A e B, basta dare un' occhiata a un primo elenco di espressioni da semplificare per rendersi conto che il linguaggio della pubblica amministrazione può risultare sconosciuto e inutilmente complicato. «Perché - entra nel merito la professoressa Cecilia Robustelli - ci sono troppi tecnicismi collaterali, formule dotte o arcaiche, latinismi ed anglismi inappropriati. Questo linguaggio è usato per abitudine mentre sarebbe auspicabile ridare alle parole il loro significato. Sapere che cosa vogliono dire». Negli atti pubblici non troviamo il "rifiuto" di un'autorizzazione o di una licenza, ma il "diniego". Se il burocrate deve richiamare una cosa "già scritta" si riferisce ai "termini espressi in narrativa". Dire "prima" o "dopo" deve sembrare troppo volgare ai nostri amministratori, che usano invece"anteriormente" e "posteriormente". Stesso discorso per "dietro" al quale e' preferito "a tergo". O "di fatto", sostituito da "de facto", o "mostrabile" da "ostensibile". Si può equivocare poi il verbo "generalizzare", che non significa rendere generali casi particolari ma "dare le generalità". Senza contare che i classici "cancellare" e "verificare" sono così sempliciotti, che devono essere nobilitati con "effettuare la cancellazione" e "procedere a una verifica".

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