Il dolore
Condannato maresciallo "infedele"
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Una sala intercettazioni Cercò di avvisare un imprenditore sotto intercettazione da parte della procura
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SAN MINIATO. Cifre da capogiro. Milioni di euro pronunciati con disinvoltura al telefono da un imprenditore della Lucchesia sotto intercettazione da parte della procura. È il denaro la molla che porta un maresciallo sanminiatese della Guardia di Finanza a tradire le istituzioni e a commettere un reato gravissimo per un pubblico ufficiale: rivelazione di segreto d'ufficio. Nei guai finisce Daniele Mangani, 42 anni, di San Miniato, dal 2011 in servizio come ufficiale alla caserma della Guardia di Finanza di Lucca. La talpa viene scoperta dai suoi colleghi in sala intercettazioni e a marzo finisce agli arresti domiciliari. Ieri mattina il giudice dell'udienza preliminare Giuseppe Pezzuti lo condanna in abbreviato a due anni di reclusione. Adesso il maresciallo "infedele" - che avrebbe cercato di offrire i suoi "servigi» all'imprenditore nel mirino della magistratura - è sospeso dal servizio e con una riduzione di stipendio nell'attesa del ricorso in Appello. Nel marzo scorso il sottufficiale, da pochi mesi a Lucca, venne inviato nella sala intercettazioni della procura incaricato, con altri colleghi, di sentire le conversazioni al telefono di un imprenditore della Lucchesia finito sott'inchiesta. Doveva registrarle, trascriverle su di un brogliaccio e riferire all'autorità giudiziaria. Invece, stando a procura e Finanza, cercò di rivolgersi direttamente all'imprenditore per metterlo in guardia e rivelargli di stare attento a parlare al cellulare. Spuntò anche un suo biglietto da visita. Probabilmente, secondo la procura, lo fece per ottenere un vantaggio di natura economica o un'altra utilità. Furono gli stessi colleghi a smascherarlo e il il tentativo di avvertire l'indagato non andò in porto. Vista la gravità della situazione - con un'indagine ancora in corso - la procura chiese e ottenne dal gip gli arresti domiciliari per il maresciallo "infedele". Scoperto, il sottufficiale cercò di fornire al magistrato giustificazioni che gli inquirenti ritennero non plausibili e persino contraddittorie. Mangani restò ai domiciliari per alcuni mesi, poi venne rimesso in libertà in attesa del processo culminato con la condanna a due anni di reclusione.
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