Il Tirreno

Pontedera

45 anni "belli da morire"

Andrea Lanini
Gli Homo Sapiens a destra nella formazione originaria e qui sopra nel manifesto dopo la vittoria al Festival di Sanremo nel 1977; sotto il gruppo come è oggi
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Gli Homo Sapiens a destra nella formazione originaria e qui sopra nel manifesto dopo la vittoria al Festival di Sanremo nel 1977; sotto il gruppo come è oggi

Era il 1966 quando gli Homo Sapiens cominciarono a suonare

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 BIENTINA. Pensare che loro a Sanremo neanche ci volevano andare. Da bravi (e tosti) rockettari cresciuti a pane e beat, lo vedevano come una tiritera un po' ingessata, sorpassata, inevitabilmente in bianco e nero non solo sugli schermi delle tv ma anche nei cliché, nelle trite convenzioni, nei polverosi presupposti, insomma nell'anima. Invece poi cambiarono idea, e quel Sanremo, il primo a colori, il primo sul palco dell'Ariston, cambiò le sorti del gruppo. Vinsero con quello che sarebbe diventato il loro più intramontabile evergreen, "Bella da morire".  Un'impresa epica: nessuna band era mai riuscita ad espugnare il Festival. Era il 1977, Claudio, Maurizio, Marzio e Roby erano i volti giovani di quell'edizione temeraria, ma di strada ne avevano già fatta parecchia. La loro attività inizia ufficialmente nel 1966, l'anno in cui i Beatles incidono "Revolver". E quindi oggi siamo già a quota 45. Quarantacinque anni di Homo Sapiens.  Bella da morire anche la loro storia. Dagli scoppiettanti live nei locali della Versilia degli anni Sessanta, quando sui palcoscenici della Bussola e della Capannina si esibivano Mina e Aznavour, alla pirotecnica stagione passata al fianco di Herbert Pagani a Radio Monte Carlo; dal fortunato incontro con la milanese Rifi Record, fautrice di tutti i loro più grandi successi, alle vittorie, ai primi posti in classifica, ai tour in giro per il mondo. Fino ad arrivare a oggi, al presente di una formazione che, dopo quasi mezzo secolo di musica, sguazza più che mai sulla cresta di una spumeggiante onda fatta di concerti, incisioni di inediti e allegre scorribande per tutta Italia, coi loro medley che continuano a far sognare i nonni, i padri, i figli, tutti lì davanti con gli accendini in mano a cantare quei ritornelli dalla patina vintage, quei versi memorabili, quegli accordi che conoscono il segreto di invecchiare bene. Senza dimenticare l'elettrizzante sfida del loro "regno" bientinese, il Music Park, inaugurato 5 anni fa («E' come se la poesia che sta nei loro brani fosse scritta su ogni singolo mattone di questo edificio», dice il direttore artistico Franco Di Corcia Jr»).  L'organico ha attraversato i decenni praticamente inalterato. Degli originari "fab four" nostrani, tre sono sempre lì pronti all'esibizione, alla diretta televisiva, bocca vicino ai microfoni e stumenti in pugno: Claudio Lumetta (voce, ma anni fa suonava anche la batteria), Maurizio Nuti (chitarre), Marzio Mazzanti (voce, basso elettrico). Invece, dietro le tastiere, il posto che fu di Robustiano "Roby" Pellegrini è stato degnamente rilevato da Stefano "Bubi" Vincenti, new entry eclettica, versatile (è anche un ottimo fonico).  Ricorrenze. Con una carriera del genere, ne trovi quante ne vuoi. «Ad esempio l'anno prossimo si festeggeranno i quarant'anni dal nostro primo, vero successo, "Un'estate fa", versione italiana di "Une belle histoire" di Michel Fugain», racconta Maurizio Nuti, uno a cui lo spirito del rock torna bene addosso come un abito di sartoria. «Il testo era di Franco Califano, il grande "Califfo", che poco dopo scrisse anche "Minuetto" per Mia Martini. La canzone in italiano andò talmente bene che fece decollare anche l'originale francese. Da lì non ci siamo più fermati».

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