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«La "fabbrica della follia" ha frenato lo sviluppo»
La vedova dell'ultimo direttore del manicomio di Volterra ne ricostruisce la parabola della chiusura
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VOLTERRA. «Il manicomio non rappresentava solo posti di lavoro, ma persone e persone recluse». Non ha dubbi Concetta Cancelliere Pellicanò, vedova dell'ultimo direttore del manicomio di Volterra. Quello a cui spettò il compito di chiudere la struttura. La signora Concetta prende la parola sulla scia del confronto che si è consumato in consiglio comunale. A partire dalle affermazioni del sindaco Buselli sulla chiusura dell'ospedale psichiatrico, che per la città ha significato «la perdita di un migliaio di posti di lavoro senza avere niente in cambio». «C'era una vecchietta che era ricoverata da ben cinquant'anni tanto da meritarsi il soprannome di "sindachessa" dell'ospedale: la sua colpa per questa terribile e lunghissima pena era stata di aver incendiato un capanno per gli attrezzi dei contadini in preda alla rabbia per una delusione d'amore», dice Concetta Cancelliere. Che aggiunge: «Aveva una pensione ed un giorno chiamò l'assistente sociale che la seguiva: desiderava comprarsi un loculo nel cimitero della città così almeno dopo morta sarebbe uscita dal manicomio». E ciò mentre «i malati poveri e senza famiglia venivano seppelliti nel cimitero di San Finocchi con una sola croce sopra e senza nome così da perdere definitivamente ogni traccia di dignità umana». Un mondo a parte. «C'era poi un reparto di donne sarde che parlavano solo il dialetto e non comunicavano con nessuno: erano definite per questo motivo mutaciche e depresse. Un giorno capitò in ospedale una sarda che parlava l'italiano e le mutaciche finalmente parlarono. Mio marito cercò fra queste malate chi aveva ancora dei familiari, li ritrovò e le fece tornare in aereo alle loro case». E aggiunge: «La maggior parte dei malati del manicomio erano persone povere o scomode alla società. Peggio dei carcerati, non avevano neanche il conforto di ricevere o spedire della posta: le lettere venivano controllate dalla direzione dell'ospedale ed invece di essere spedite venivano accluse alle cartelle cliniche per avvalorare le diagnosi. I poveri malati disperati per non avere nessuna risposta si sentivano abbandonati e scrivevano a tutte le autorità possibili per chiedere aiuto dal Prefetto al Papa: un motivo in più per essere definiti matti». Nessun dubbio sulla vicenda. «Il superamento del manicomio di Volterra è stata una esperienza eccezionale di avanguardia unica nel suo genere tale da segnare una svolta culturale di cui non solo gli operatori sanitari ma tutta la città deve andare fiera. Quando Basaglia venne a Volterra disse a mio marito che gli riconosceva maggiore difficoltà delle sue nella chiusura e riconversione del manicomio, perché stava smantellando l'unica fabbrica della città». Il segno della chiusura. «È comprensibile che perdere privilegi sia stato doloroso e difficoltoso, ma la chiusura del manicomio non è stata una sciagura per Volterra - conclude Concetta Cancelliere Pellicanò -. La "fabbrica della follia" è stata invece un freno e una limitazione per lo sviluppo economico e culturale di una città meravigliosa dalle tante risorse artigianali, artistiche e turistiche sopite e frenate dalla rendita comoda e sicura che il manicomio offriva». ALTRO SERVIZIO A PAGINA 25
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