Il dolore
«Non perdonerò quel giovane»
◗
Erald Truci, detto Aldo La risposta della madre del bimbo investito alle scuse dell'automobilista pirata
5 MINUTI DI LETTURA
CASCINA. Anna è una donna forte. Due anni fa ha visto morire il marito Aladino, poco più che quarantenne, dopo le speranze di un trapianto di cuore. La donna non abbandona neppure un istante il figlio Marco, 12 anni, che martedì sera è stato investito da un'auto pirata che l'ha trascinato per 25 metri. L'automobilista, poi arrestato, chiede scusa. Invoca il perdono. Lei, dal reparto di rianimazione di Cisanello dove è ricoverato il figlio, non vuole sentire scuse. «Non è stato un incidente. Quel giovane voleva fare male, voleva uccidere - ne è sicura Anna, 35 anni, e lo ripete portandosi le mani alla testa, disperata -. È stata una cosa voluta, ora è facile chiedere perdono. Invece, deve pagare per quello che ha fatto e non perché è albanese. Se alla guida dell'auto che ha trascinato mio figlio ci fosse stato un italiano la mia reazione sarebbe stata la stessa. Lui è stato sentito dire chiaramente una frase terribile: "Ora vi faccio fuori tutti". E poi è salito in macchina, è partito e lo ha investiti». Marco è uscito dal coma. «La prima cosa che mi ha detto - racconta ancora la madre, originaria della Polonia e in Italia da quasi vent'anni - è stata questa: "Mamma, ero girato dalla parte opposta, non ho fatto in tempo a spostarmi. Ho sentito dire anche io: vi faccio fuori". Ecco perché oggi non c'è da chiedere scusa. Quel giovane non lo voglio proprio vedere. Cosa faranno i nonni paterni proprio non lo so. Come madre, e di mio figlio mi sono occupata solo io da quando è morto mio marito, dico che non voglio fiaccolate per Marco, che grazie a Dio sta meglio, e vorrei anche che si spegnessero i riflettori sulla nostra vita. Quando Marco sarà guarito faremo per lui una grande festa, ma a San Frediano a Settimo, magari al campo sportivo. Là tutti gli vogliono bene, ha tanti amici. Come mamma chiedo solo un po' di pace, devo pensare alla convalescenza del mio bambino». Marco sta meglio ma è ancora aiutato a respirare. Resterà ingessato - tutta la parte sinistra è fuori uso per le fratture - fino all'inizio di settembre. «Ho sentito raccontare un sacco di favole. Il lavoro? Ora non è la principale preoccupazione: voglio stare insieme a mio figlio. Certo, sì, dopo vorrò tornare in fabbrica, se possibile, ma ora ogni mio pensiero è rivolto a Marco. E, per favore, dite al giovane che lo ha investito di non farsi vedere, di non cercare neppure la nostra comprensione». Mentre la mamma racconta la sua pena, sulle scale dell'ospedale, incontra un amichetto di Marco e Renato Giuliani, futuro allenatore di calcio del bambino. «L'aspetto e gliel'ho detto - spiega alla madre - Marco ha promesso che presto si rimetterà in forma. È il mio pupillo, non vedo l'ora di allenarlo», dice stringendo la mano alla donna. Anna e Erald Truci, 24 anni, l'investitore che tutti conoscono col nome di Aldo, vivono in paesi che distano circa tre chilometri. Lei col figlio a San Benedetto a Settimo, lui a Cascina con i genitori, anche se di fatto, prima dell'arresto e dei domiciliari, conviveva con una ragazza a Marciana che abita a due passi dalla casa dei nonni di Marco. Sulla carta tra le due famiglie c'è poca distanza. Ma tra loro c'è un abisso. Se la madre disperata è decisa nelle sue posizioni anche Erald, il giovane protagonista del gravissimo fatto di cronaca, non fa un passo indietro. «Ho sbagliato, chiedo perdono. Non lo rifarei e sono pentito - dice - ma se qualcuno pensa di picchiarmi...». Lo incontriamo di prima mattina, a casa del padre. Forse il suono del campanello lo ha svegliato. Si affaccia alla finestra. Accetta di parlare della triste storia. Scende e ci accoglie vicino all'ascensore. È piccolo di statura, indossa una maglietta gialla "Sicuro non cado", quella della Regione per la sicurezza nei cantieri edili. È dispiaciuto ma pensa di essere stato discriminato, si ritiene a suo modo vittima di certi pregiudizi che, a suo dire, alcuni abitanti di Marciana hanno nei confronti degli albanesi. «Quella sera sono fuggito - spiega con voce decisa - perché ho pensato che mi picchiassero. Erano tanti. Litigavano e io volevo andare a casa, ero ancora vestito da lavoro. Ma loro facevano confusione. Uno mi ha risposto con un'offesa. Anche io mi sono arrabbiato. Mi sono chiuso in macchina, ho messo la sicura e sono ripartito. Non ho capito più niente dopo. La mia ragazza ha visto che avevo investito il bambino. Mi ha detto di fermarmi. L'ho fatto, ma li ho visti venire verso di noi. Preso dalla paura sono andato via. Ma non sono fuggito. Quando mio padre mi ha chiamato mi sono fatto trovare dai carabinieri», tiene a precisare il muratore. Accetta di farsi fotografare. Ribadisce che vuole tornare al più presto alla vita di sempre. «Lunedì (domani, ndr) vado a lavorare. Il mio datore di lavoro stenta a credere a quello che ha letto sui giornali. Lavoro a Livorno anche se l'imprenditore è di Fornacette. Mi dispiace per quello che è successo - a questo punto si innervosisce un po' - ma ora sento dire che mi vogliono picchiare, vengono sotto casa nostra a controllare se esco, la mia ragazza non fa più vita. Non è giusto e questa storia deve finire. Sbagliano a venirmi a cercare, come ho sbagliato io e pagherò. Possono anche picchiarmi e farmi del male, ma poi innescherebbero reazioni difficili da controllare. Non ho paura di loro - aggiunge a testa alta - noi siamo albanesi, noi non siamo persone che vanno a denunciare... Ma neppure stiamo a prenderle».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
