Il dolore
Applausi alla "prima" di Sarabanda
Michela Gianfranceschi
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Una scena dello spettacolo rappresentato in piazza Duomo In piazza del Duomo a San Miniato repliche fino al 27 luglio
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SAN MINIATO. Le grandezze e le miserie dell'animo umano. "Sarabanda", prima rappresentazione teatrale in Italia dell'ultimo film del maestro Ingmar Bergman, è già un gran successo in piazza del Duomo sotto le stelle (repliche fino al 27 luglio). Il titolo fa riferimento all'ultimo brano musicale, suonato dalla giovane Karin, prima di lasciare la famiglia e recidere finalmente il cordone ombelicale, per intraprendere il suo autonomo cammino: di musicista e di donna. "Sarabanda" sancisce una scelta difficile, non priva di sofferenze. Un dramma psicologico in due atti, che s'impara ad apprezzare pian piano. Finché veniamo rapiti, quasi risucchiati dal vortice della storia, che sentiamo a pelle come nostra. Varie storie di vita s'intrecciano, tra componenti di un'unica famiglia: il nonno Johan (Massimo De Francovich), la sua seconda moglie Marianne (Giuliana Lojodice), il figlio della prima moglie Henrik (Luca Lazzareschi), la nipote Karin (Clio Cipolletta). Tutti e quattro si sono dimostrati grandi interpreti, in grado di incarnare altro, oltre al testo. Johan ha portato in scena la solitudine e la testardaggine; Marianne invece ha rappresentato la saggezza, Henrik un forte dolore per la perdita di una donna, che può portare anche al suicidio. Emozionante e genuina l'interpretazione della giovane Karin, che ha saputo fondere stati d'animo diversi, anche contraddittori, tipici della fase adolescenziale. Durante lo spettacolo, interessanti spunti di riflessione: dalla ricerca incessante di un senso da dare alla vita, alla paura ancestrale della morte, nonché la difficoltà relazionale tra padri e figli e il tema della solitudine, lo spauracchio d'ogni animo sensibile. C'è pure un accenno alla follia, vista quasi come dimensione alternativa rispetto alla quotidianità della vita stessa. Nel testo, Bergman gioca sul contrasto tra scambi di battute ironiche e divertenti, che spuntano qua e là, inaspettatamente, in mezzo al dolore, alle sofferenze, alle grandi tematiche filosofiche. Nel secondo atto non sono mancate parole più scurrili, semplici esclamazioni ma che hanno dato veridicità e umanità al vecchio Joan. Il pubblico alla fine con applausi ha sottolineato il gradimento anche alla regia di Massimo Luconi, e apprezzamento per Carismi che da 65 anni sostiene questo teatro dello spirito.
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