Il Tirreno

Pontedera

La strada diventa giardino

Manolo Morandini
Settimo Cantini all’ingresso della sua abitazione, a Santa Lucia
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Settimo Cantini all’ingresso della sua abitazione, a Santa Lucia

Asfalto posato per sbaglio, il Tar condanna il Comune

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 PONTEDERA. Un giardino che diventa una strada. E che dopo alcuni anni dovrà tornare a riappropriarsi di erba e fiori, con il Comune di Pontedera condannato a pagare per aver occupato illecitamente l'area. Buffa la sorte per quel prolungamento di via della Pace, che contrariamente al nome si è rivelato un vicolo cieco.  Una guerra a colpi di avvocati, nella frazione di Santa Lucia, che è finita male per l'amministrazione pubblica. A mettere la parola fine è stato il Tribunale amministrativo regionale (Tar), la sentenza è depositata dalla fine di maggio. Ma per il Comune c'è il rischio di un nuovo fronte. C'è il sospetto del danno erariale. A sciogliere il nodo sarà la procura regionale della Corte dei conti, a cui il Tar ha trasmesso tutti gli atti della vicenda.  «Prima era un giardino, adesso è un giardinetto». È così che affacciato all'uscio di casa Settimo Cantini descrive quel che resta del "suo" verde. Certo delle sue ragioni non ha esitato a ingaggiare, e sostenere negli anni, la battaglia legale contro il Comune. «Ho dovuto resistere per vent'anni, passando dalla Cassazione al Tar», sottolinea Cantini. La sua memoria corre a quel che c'era e che oggi non c'è più. È un'immagine fissata in alcuni scatti d'epoca. «C'era una fila di cipressi a delimitare la proprietà, una vasca con i pesci e alberi d'alto fusto». Tutto cancellato dall'asfalto.  «Un prolungamento stradale di cui si può fare a meno - dice il signor Settimo -. Lo abbiamo provato anche in sede giudiziale». Prove che hanno spazzato le certezze del comandante della Polizia municipale pontederese che sentito dai giudici amministrativi sul fatto ha difeso l'interesse pubblico dell'opera, necessaria "per il corretto svolgimento della viabilità, che altrimenti ne risulterebbe eccessivamente sacrificato", si legge nella sentenza.  Il Comune ha provato a resistere. Ma alla fine ha scontato la colpa di una procedura tutt'altro che ortodossa. Ha occupato il terreno d'urgenza e inviato le ruspe, salvo dimenticare di fare il decreto di esproprio dell'area e di determinare l'indennità da versare a Settimo Cantini. E a poco è valso il tentativo del 2008 di mettere una pietra sopra la vicenda, sanando le procedure.  A parlar chiaro è la Corte europea dei diritti dell'uomo: un'amministrazione pubblica non può trarre beneficio da un comportamento illegale. I giudici del Tar non hanno dubbi: «L'occupazione del terreno del ricorrente da parte dell'amministrazione deve quindi essere qualificata come illecito e il primo ha diritto a riottenerne il possesso». La strada tornerà giardino, almeno in parte. Cantini, infatti, ne ha reclamato solo una porzione. Inutile l'appello alla buona fede da parte del Comune, i giudici l'hanno negata.  In sintesi: dovranno essere rimosse le opere costruite sul terreno di Cantini, ripristinato lo stato originario del suo giardino, e versato allo stesso una somma a titolo di risarcimento danni per il mancato godimento del suo "verde".

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