Il Tirreno

Pontedera

Dopo il rogo dello stabilimento di Gello, i lavoratori cercano certezze sul futuro del loro posto

Cassa integrazione per la Big

Andreas Quirici
L’incendio che ha devastato il capannone del calzaturificio Big a Gello e il presidio degli operai nei giorni scorsi davanti alla sede dell’azienda
◗
L’incendio che ha devastato il capannone del calzaturificio Big a Gello e il presidio degli operai nei giorni scorsi davanti alla sede dell’azienda

I 45 dipendenti ancora non hanno incontrato la proprietà

3 MINUTI DI LETTURA





 PONTEDERA. «Hanno bruciato casa mia. Capito? Casa mia». Gli occhi si arrossano, mentre la dipendente del calzaturificio Big si picchia la mano sul petto come a rafforzare il concetto di perdita di qualcosa di più del proprio posto di lavoro. Non vuole dire il suo nome, così come gli altri che compongono una folta rappresentanza dei 45 lavoratori beffati dalla difficoltà nel riscuotere la mensilità di maggio e umiliati dal rogo che ha devastato la loro fabbrica. «Sanno dove abitiamo e abbiamo paura di ripercussioni», dicono mentre lasciano in gruppo la Camera del lavoro di Pontedera dove ieri mattina hanno incontrato Tania Benvenuti, sindacalista della Cgil che ha fatto loro una proposta: «Chiedere alla Provincia di Pisa l'avvio dell'iter per richiedere la cassa integrazione straordinaria e successivamente monitorare la situazione per capire cosa accadrà. L'amministratore unico, Maurizio Tezzon (come da visura camerale) non si trova e i pensieri dei dipendenti corrono sul filo dei se e dei ma. Venerdì, dopo lo sciopero dalle 11 alle 12.30, deciso perché alcuni di loro erano andati in banca a cambiare gli assegni con cui credevano di poter riscuotere la mensilità di maggio trovandoli scoperti, sono tornati a lavorare nel pomeriggio, per senso del dovere nei confronti dell'azienda. «Col senno di poi - dicono - avremmo fatto meglio almeno a presidiare la fabbrica». Qualcuno di loro dice che l'allarme del calzaturificio è scattato nel pomeriggio di sabato, intorno alle 14.30, circa undici ore prima dell'inizio dell'incendio. «E' una situazione vicina all'assurdo - spiega Benvenuti - perché non è chiaro neppure chi comandi. La speranza è sempre quella che i soldi escano fuori e che gli stipendi di maggio e di giugno vengano pagati. Ma visto come stanno andando le cose, c'è poco da essere ottimisti. Può darsi che una strada da percorrere sia il fallimento. Alcuni fornitori, che non venivano pagati da tempo, potrebbero fare ingiunzione al tribunale». Ma a guardare i volti dei lavoratori, questo sarebbe un percorso economicamente utile, ma moralmente devastante. La loro fabbrica, quella per la quale hanno dato l'anima per anni, non esiste più.  Stanno bruciando da tre giorni non solo i materiali e i macchinari dell'azienda, ma anche l'orgoglio di operai e impiegati di far parte di un progetto vero. «Quando Tezzon si è presentato due mesi fa - raccontano - parlava di programmazione per almeno otto anni. Era educato e gentile, ma in poco tempo è cambiato. All'ultima assemblea, quella del 10 giugno che abbiamo indetto per i ritardi degli stipendi e in cui ci ha dato gli assegni datati 17 giugno, ci ha detto di non chiamare i sindacati altrimenti ci avrebbe mandato a pulire i cessi». Da allora nessuno ha più visto l'amministratore unico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze