Il Tirreno

Pontedera

Quegli applausi al momento dell'arresto

Andreas Quirici
Alcuni dei residenti di via Leporaia in preda alla paura
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Alcuni dei residenti di via Leporaia in preda alla paura

I residenti di via Leporaia raccontano i loro attimi di paura

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 PONTE A EGOLA. Gli spari, le urla, la paura di affacciarsi sulle scale o solo alla finestra. E poi la zona chiusa al traffico dai carabinieri, la trattativa per neutralizzare l'uomo che con il suo atto folle ha terrorizzato decine di persone, fino all'applauso liberatori finale al momento dell'arresto. «Stavo pranzando quando ho sentito qualche botto - racconta Piero Lucchesi che abita nel palazzo dell'assalto - pensavo fossero studenti che festeggiavano la fine della scuola. Poi, mia moglie mi ha detto che c'erano i carabinieri e ho capito che stava accadendo qualcosa di pericoloso».  Un mezzogiorno di puro panico quello vissuto dai residenti di via Leporaia e dintorni che rimarrà a lungo nella loro memoria. «C'è stato pericolo per tutti noi che viviamo qui - riprende l'uomo - senza pensare alla reputazione del palazzo che sarà sulle cronache dei giornali come un luogo dove avvengono cose di questo tipo. Per fortuna l'intervento dei carabinieri è stato veloce e deciso». Al secondo piano della palazzina abita la signora Andreina, che al momento degli spari era sola in casa. «Sono morta di paura - dice dal terrazzo con ancora nel viso il terrore di quei rumori - non mi sono affacciata né alla finestra, né alla porta. Ho chiamato i carabinieri e mi sono chiusa in casa sperando che finisse tutto velocemente. Sentivo urlare e tanto rumore, ma non riuscivo a capire cosa stesse succedendo».  Attimi di paura che qualcuno ha provato a osservare da vicino affacciandosi al terrazzo di casa. «Ci abbiamo provato, è vero - racconta una ragazza che vive nello stesso palazzo - ma i carabinieri in strada ci facevano cenno di rimanere in casa e non uscire». Nel pomeriggio, quando tutto è calmo e i carabinieri sorvegliano l'ingresso, un uomo dall'altra parte della strada pota i rami della siepe di casa sua. «Brutta storia - afferma - ma quell'uomo lo vedevamo sempre arrivare con l'auto grigia e far salire la ragazza. Chissà cosa c'è dietro». L'Opel Corsa grigia è parcheggiata lì vicino. Occhiali da sole sul cruscotto, un santino della Madonna infilato nel porta disco-orario, un cappellino di lana da baseball appoggiato fra volante e parabrezza, come se dovesse essere lì a portata di mano per qualche botta di vento improvvisa. E poi, sulla cappelliera, una maglia di lana a righe, un asciugamano, due pettorine catarinfrangenti per le emergenze e addirittura due ombrelli.

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