Sicurezza
Quel vecchio carcere che parla della storia dei nostri antenati
Andrea Lanini
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PONTEDERA. Proprio come accadde nel ben più famoso supercarcere californiano di Alcatraz, anche l'evasione di cui furono testimoni queste spesse mura pontederesi, oggi di nuovo visibili al pubblico, fu una "fuga col buco". Correva l'anno 1962 quando laggiù, oltreoceano, nella fortezza affacciata sulla baia di San Francisco, le robuste mani di Frank Morris praticarono un pertugio nella parete di quell'inospitale, claustrofobica cella singola senza finestre. E chissà che anno era quando qua, a Pontedera, nella penombra di una delle cinque celle di Palazzo Pretorio, le alacri mani di una giovane zingarella scavicchiavano nottetempo la grata del massiccio portone. Un buco, in entrambi i casi. E con accorgimenti simili, di giorno, sia Morris che l'intrepida nomade camuffavano ad arte la via di fuga preparata con la complicità del buio. Nella sua, Morris vi s'infilò con tutto il corpaccione; invece la nostrana fuorilegge dodicenne si limitò a inserire il suo fine avambraccio in una fessura circolare di pochi centimetri e sporgerlo quel tanto che bastava per far scorrere il chiavistello e darsela a gambe. Dell'inarrestabile Frank poi non si seppe più nulla; «e neanche di questa ragazza si è saputo più nulla», spiega Mario Mannucci, il cicerone di questa visita inaugurale agli spazi galeotti che nel 1985 il dottor Brignone, l'allora pretore di Pontedera, decise di mettere definitivamente sotto chiave, ritenendoli inadatti a ricoprire il ruolo, scomodo ma pur sempre onorevole, di patrie galere. Nonostante fossero state tinteggiate di fresco, al Brignone dovettero sembrare comunque troppo fosche e tetre; e dalla logistica ormai sorpassata, visto che più o meno erano rimaste tali e quali fin dal Medioevo. Una classica mossa all'italiana: struttura rinnovata e subito chiusa. «Infatti le vecchie carceri pontederesi sono vecchie per modo di dire», la limpida esposizione della guida arriva amplificata da un piccolo altoparlante a tracolla, «Per certi versi sono, o meglio erano, anche nuove». Domenica 29, un bel pomeriggio di sole. Incuranti dei richiami provenienti dalla costa, decine e decine di pontederesi hanno disertato le facili, scontate mete festive per riconnettersi al passato della città, in gran parte, e forse ai più, poco noto. Ci sono tanti ragazzi, tante famiglie (compresa quella del sindaco Millozzi). Genitori con piccoli al seguito, coppie di tutte le età. Tutti qui a seguire la prima delle visite guidate che oggi il Comune di Pontedera, complici i festeggiamenti del centocinquantenario, dedica alla conservazione della propria memoria storica. Tutti qui pronti a sobbarcarsi la lieta fatica dei non pochi scalini che servono per arrivare lassù in cima, all'ultimo piano di Palazzo Pretorio, dove varie generazioni di "perduta gente" si sono ritrovate a scontare vari tipi di pena. Mai detenzioni lunghe, certo. «Pochi mesi, al massimo un anno» puntualizza Mannucci, la cui ricostruzione storica, con mirabile sintesi, ha già ripercorso i fatti salienti di un tragitto storiografico che si srotola per secoli e secoli (vengono volutamente lasciati da parte gli insediamenti risalenti ai tempi delle palafitte, 6000 anni fa): la Pontedera che fu castello medievale e fortificazione militare (ai bei tempi delle battaglie tra Pisa e Firenze); che nel Seicento assistette al miracolo del crocifisso risparmiato dall'incendio (da cui il nome attribuito alla chiesa e alla relativa piazza); che nel 1850 vide traslocare la sede del Comune da Palazzo Pretorio a Palazzo Stefanelli; che nell'immediato dopoguerra vide transitare dalle celle cittadine frotte di militanti fascisti; la Pontedera, infine, degli anni Ottanta, con Brignone e il suo stop alle carceri. Si sale, si arriva fino in cima. Ecco le due celle restituite alla propria agghiacciante nudità, giusto in tempo per la visita; ecco la terrazza coperta dell'ultimo piano, poderoso tetto a travi lignee e vista sulla città immancabilmente a scacchi. Nonostante la tinteggiatura bianca spalmata sui muri poco prima della chiusura dell'85, si leggono ancora bene i graffiti lasciati dai carcerati. Chissà se anche la zingarella, tra un colpo di lima e l'altro, riuscì a vergare sulla calce un qualche ricordino del suo passaggio.
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