Il dolore
Quarantacinque dipendenti rischiano di andare a casa dopo il calo di commesse
Un partner o la chiusura
Andreas Quirici
◗
Il sindaco Gabbanini insieme agli operai Si cerca una soluzione in extremis per salvare la Icla
2 MINUTI DI LETTURA
PONTE A EGOLA. La speranza si chiama partner o acquirente. E' quella che coltivano i 45 dipendenti (e relative famiglie) della Icla, società che produce poliuretano espanso (o volgarmente chiamata gommapiuma) e che quasi dalla sera alla mattina ha comunicato di voler chiudere i battenti per la forte diminuzione delle commesse e per «il rifiuto delle banche a sostenere l'attività», come spiegato dai proprietari Paolo e Silvia Vallini, eredi del fondatore, peraltro soci da anni della Cassa di risparmio di San Miniato. Il problema, ovviamente, è per i lavoratori, 8 dei quali trasferiti 5 anni fa nel comune di Montopoli Valdarno, all'interno di un'operazione di divisione della Icla (la spa è rimasta a Ponte a Egola, la srl è stata creata a Capanne) e che adesso hanno paura di non ricevere gli ammortizzatori sociali che permetterebbero loro di guardare al futuro con un minimo di fiducia. In attesa che le istituzioni trovino imprenditori pronti ad affiancare o a subentrare all'attuale proprietà. Sono questi i due fronti che si apriranno a breve: il primo riguarda la cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti (su cui Stefano Del Punta e Stefano Benvenuti, entrambi della Cgil, si sono detti ottimisti), la seconda riguarda un tavolo con Comune, Provincia e Regione che favorisca il ricambio imprenditoriale (il sindaco Vittorio Gabbanini ieri era davanti ai cancelli dove ha incontrato gli operai e l'attuale proprietà, dicendosi intenzionato a coinvolgere il governatore Enrico Rossi). Tenuta a osservare la legge Seveso, una delle più restrittive in materia di rischi da incidente rilevante che coinvolgano sostanze pericolose, Icla è inserita in una zona che era nata come "produttiva", ma che poi è diventata "residenziale". Dieci anni fa i Vallini hanno cominciato a sondare i Comuni della zona per trovare una soluzione alternativa alla loro dislocazione. Serviva una zona adeguata alle necessità. Il partner per costruire uno stabilimento più grande ed efficiente c'era. Mancava la disponibilità di terreni. Poi è stata trovata la soluzione con il Comune di Montopoli Valdarno, ma quel progetto non è mai decollato. Poi la crisi, i mancati pagamenti dei clienti, la rinuncia di molti a confermare le commesse, fino al calo del 25% di lavoro registrato da settembre a oggi. Così, un'azienda come ce ne sono poche in Toscana (nella regione ce n'è un'altra a Lucca) sta per chiudere i battenti, quasi senza preavviso. «Finiremo le ultime lavorazioni che ci sono state commissionate, concluderemo la vendita di quel che resta nei magazzini e poi basta», hanno assicurato i fratelli Vallini. Sofferenza pura per i lavoratori che ieri hanno scioperato per l'inizio di una battaglia che si preannuncia difficile e con molti aspetti ancora da chiarire.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
