Il Tirreno

Pontedera

Con la polisportiva acquistarono l’azienda Verlicchi (ora fallita) e poi avrebbero “distratto” il patrimonio

Indagati di bancarotta fraudolenta

Un presidio degli operai alla Verlicchi di Bologna
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Un presidio degli operai alla Verlicchi di Bologna

Accusate 4 persone che ruotavano intorno alla Juve Basket femminile

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 PONTEDERA. Bancarotta fraudolenta per distrazione. È questa l'accusa che ha fatto scattare l'inchiesta, a Bologna, sul fallimento di un'azienda, la Verlicchi, che vede indagate sei persone. Quattro sono pontederesi, legati con diverso titolo alla dismessa polisportiva Jbf di pallacanestro femminile.  Oltre all'ex titolare dell'azienda bolognese (specializzata nella realizzazione di telai per veicoli a due e 4 ruote) Alessandro Verlicchi e all'amministratore della stessa ditta, Valdemaro Pievani, ci sono il legale rappresentante della Jbf, la Juve Basket Femminile di Pontedera, Mariano Bertelli, l'amministratore unico della società sportiva Massimo Stella, Carlo Caponi, legale rappresentante di Officine Polesine (oggi Industrie Toscane) e Riccardo Caponi, socio fino a dicembre del 2006 della Jbf. I due sono anche azionisti delle imprese pontederesi Industrie Toscane, Jbf e Tecnocontrol, che fanno capo al gruppo Caponi, che rilevò lo stabilimento bolognese - la sede è a Zola Predosa - della Verlicchi.  Ieri il pubblico ministero Antonello Gustapane ha deciso il sequestro d'urgenza delle quote societarie del patrimonio della Verlicchi. L'accusa formulata è che i sei abbiano distratto il patrimonio dell'azienda, dichiarata fallita dal tribunale di Bologna il 15 aprile scorso.  Il sequestro è stato disposto dal pubblico ministero in seguito ai risultati degli accertamenti svolti dal curatore fallimentare nominato dal tribunale di Bologna e dai rappresentanti del sindacato Fiom-Cgil, i cui legali si erano fatti interpreti della controffensiva dei lavoratori della Verlicchi, acquistata dalla Jbf alla cifra simbolica di un euro.  I militari della Guardia di Finanza, ieri mattina, hanno effettuato alcune perquisizioni anche nella nostra zona, per conto della Procura della Repubblica di Bologna.  La vicenda era iniziata da diverso tempo. I dipendenti della Verlicchi, un centinaio, erano arrivati anche a fare presidi davanti all'azienda. «Eravamo davanti a un caso estremo di trasferimento di ramo d'azienda, in cui ad un certo punto non si è più capito chi era l'interlocutore e a che titolo trattava, fino al tentativo di smontare e portare via i macchinari», sostengono i legali.  A ricostruire il percorso è la deputata Silvana Mura dell'Idv che sulla vicenda ha presentato un'interrogazione al ministro dello Sviluppo economico. «A fine gennaio il Gruppo Caponi si interessa all'acquisto della Verlicchi, ma ben presto si ritira - sostiene Mura - A metà febbraio l'azienda viene ceduta in blocco alla Jbf, newco del Gruppo Caponi».  A non convincere sono gli interlocutori saliti nella città della Torre degli Asinelli per rilanciare la fabbrica stretta dal peso di debiti stimati in 11 milioni di euro a fine 2010, la chiusura dei rubinetti bancari e la perdita di commesse importanti anche per effetto della crisi che ha investito il settore dell'automotive.  Caponi, nei giorni scorsi aveva chiarito subito il ruolo della Jbf. «Si tratta di una società veicolo che abbiamo utilizzato per portare a termine l'operazione in tempi stretti. L'acquisto è stato fatto al valore simbolico di un euro perché si tratta di un'azienda che da tre mesi non paga i dipendenti e ha sulle spalle 120 decreti ingiuntivi da parte dei fornitori. Una realtà che sul piano industriale si sarebbe ben integrata nel Gruppo».

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