Il Tirreno

Pontedera

Smettere di essere profughi grazie al teatro

Andrea Lanini
Lo spettacolo di Lizzano
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Lo spettacolo di Lizzano

La Compagnia Laboratorio di Pontedera in trasferta a Lizzano Pistoiese

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 PONTEDERA. Smettere di essere profughi, per qualche ora almeno. E diventare ballerini, cantanti, interpreti di un ritratto (convincente) di ciò che solitamente si intende per "normalità". E abbandonarsi felici a uno di quei miracoli - di vicinanza, di comunione, di condivisione, di empatia - che l'arte, in certi suoi momenti felici, rende possibili. Questa volta è successo grazie al teatro. A dieci attori della Compagnia Laboratorio di Pontedera che hanno caricato su un furgone i loro frammenti di Pessoa, le loro biciclette, i loro vestiti scuri, e sono andati a Lizzano Pistoiese, lo scorso venerdì, per incontrare 33 migranti tunisini momentaneamente accolti da una ex scuola, oggi "casa vacanze", della diocesi di Pistoia. «Condividere storie», era il progetto di Anna Stigtgaard e Roberto Bacci, i registi. E così è stato.  In fondo è questo, il teatro. Condividere storie. «Quando abbiamo saputo del loro arrivo in Toscana - spiegava Anna - abbiamo subito pensato che sarebbe stato bello andarli a incontrare, cercare di prendere qualcosa da questo loro passaggio. Ma "prendere" solamente non ci piaceva, non era giusto. Volevamo prima offrire qualcosa in cambio. E abbiamo deciso che recitare per loro un pezzo di "Abito", il nostro lavoro dedicato ai testi di Pessoa, era la cosa giusta».  L'incontro di Lizzano è stato reso possibile dall'impegno di Simone, uno dei giovanissimi attori del gruppo. Ha visitato più volte la struttura, parlando con i responsabili, con le forze dell'ordine, coi volontari della Misericordia. Ha pianificato la strada, smussato le rigidità che in situazioni così delicate non mancano mai. Tutti alla fine hanno detto sì.  Al momento giusto, Anna ha sfoderato la sua presentazione in arabo, lingua che ha imparato non solo sui libri, ma anche stando tra la gente, in Siria, in Palestina. «Benvenuti in Italia. Siamo attori, veniamo da Pontedera. Vi faremo vedere un nostro spettacolo. Vorremmo rispondeste con delle canzoni e dei balli della vostra terra».  Facce stupite, all'inizio. I ragazzi fuggiti dalla Tunisia su un barcone e arrivati qui due martedì fa, non sapevano niente di questa cosa. Giovanissimi, dai 18 ai 30 anni. I loro occhi neri si sono illuminati quando hanno sentito la voce di una coetanea che si esprimeva attraverso suoni noti. Il primo passo di una vicinanza sempre più plausibile. Poi hanno iniziato a seguire le evoluzioni di "Abito" e del suo coro di ciclisti in nero, che ha preso a snodarsi lungo il giardino della ex scuola, a cantare inni alla vita dal sapore agrodolce, a recitare parole dall'indole transitoria, anche loro sradicate, precarie.  Lentamente, progressivamente, spettatori e interpreti hanno preso a confondersi. Lontanissimi, di colpo, negli occhi dei migranti, i ricordi della scommessa fatta col mare («Quando partono - racconta una volontaria della Misericordia che segue la permanenza dei 33 tunisini fin dal primo giorno del loro arrivo - dicono "Cinquanta e cinquanta". Sono le possibilità di sopravvivere alla traversata»), le grida durante lo sbarco a Lampedusa, la paura, lo smarrimento. Come Anna aveva chiesto, hanno iniziato a cantare canzoni della loro tradizione popolare. Mohammed ha preso un tamburo, Drogba ha iniziato a ballare, e tutti insieme hanno intonato un canto allegro, vivace, che in Tunisia, ci spiega "Sarko" (tutti lo chiamano così perché dicono somiglia a Sarkozy), «lo cantiamo quando c'è un matrimonio; sono parole che parlano dell'amore...».

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