Sicurezza
Parla Massimiliano Franceschi, lunico testimone dellagguato in villa che è costato la vita al padre Mauro
Quell'inutile rimorso del bandito
Sabrina Chiellini
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La villa di Visignano dovè avvenuta la rapina laltra notte e Massimiliano, figlio della vittima «Mi ha fatto chiamare il 118, ma non c'era già più niente da fare»
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VISIGNANO. «Ho capito che mio padre stava male quando ha smesso di gridare, non lo potevo vedere però. Ero legato al letto a pancia in giù, in un'altra stanza. Uno dei rapinatori, quello che mi teneva la pistola alla testa, deve avere avuto un rimorso, mi ha consentito di chiamare l'ambulanza». Troppo tardi. Massimiliano Franceschi, 31 anni, ha capito subito che il padre, già malato, stava molto male. Il figlio dell'imprenditore di 61 anni, Mauro Franceschi, morto durante una rapina nella sua villetta a Visignano di Cascina, racconta il momenti dell'assalto. «Ero in casa, stavo dormendo. Ho sentito mio padre gridare nella sua stanza. Ho aperto gli occhi, avevo tre uomini intorno, mi hanno legato al letto. Uno mi minacciava con la pistola. Li ho supplicati di lasciare stare mio padre che era ammalato. Loro cercavano le chiavi della cassaforte». Un piccolo forziere di quelli da parete, che si trovano in molte case e che sono anche facili da aprire, come dimostrano i ripetuti fatti di cronaca. «Mi hanno tirato il calcio della pistola sulla testa - aggiunge Massimiliano - credo che abbiano fatto la stessa cosa anche con mio padre. Ma non ne sono sicuro. A un certo punto mi sono reso conto che mio padre non dava segnali di vita e prima lo avevo sentito che urlava ma a fatica». I banditi, una volta aperta la cassaforte, hanno preso soldi in contanti - «credo ci fosse meno di settantamila euro, ma solo mio padre potrebbe saperlo, stiamo cercando di fare riscontri» - gioielli e alcuni orologi. «C'erano anelli di mia madre - aggiunge Massimiliano - oggetti anche che aveva avuto in eredità. Non ne conosciamo il valore, sicuramente erano preziosi dal punto di vista affettivo. E poi, credetemi, non sarà per niente facile dimenticare quello che è successo l'altra notte». Prima della fuga il bandito armato di pistola si è avvicinato al figlio dell'imprenditore e gli ha preso il cellulare. «Come si fa a fare il numero dell'ambulanza?», ha chiesto il bandito dando l'impressione di conoscere il numero dell'emergenza sanitaria. «Ha composto lui il 118 dal mio cellulare che ora è stato sequestrato dalla polizia, avrà avuto un rimorso. Ho chiesto aiuto al 118, loro mi hanno detto di chiamare i carabinieri». Il giovane, che era ancora legato, è riuscito ad attivare l'ultima chiamata fatta prima del 118 che era stata con il fratello Alessandro. «Col viso ho fatto partire la chiamata - aggiunge Massimiliano - è arrivato mio fratello, era con un nostro dipendente. Abbiamo cercato di rianimare nostro padre che era morto. È stato terribile, non capivo più niente. Se tutto questo fosse accaduto qualche anno fa probabilmente mio padre avrebbe reagito, si sarebbe difeso. O forse no. Anche io sono grande e grosso ma quando ti trovi una pistola alla tempia la prospettiva cambia molto. Anche il modo di reagire è molto diverso». I Franceschi affermano di avere una grande fiducia nella polizia: «stanno lavorando molto, speriamo che riescano a dare un nome agli autori della rapina che ci fatto perdere nostro padre». Graziella, la vedova dell'imprenditore, è una donna forte anche se piegata dal dolore. «Mia mamma è grande - dice Massimiliano - ce la farà, ci riprenderemo. Manderemo avanti le nostre attività, così avrebbe voluto mio padre e così faremo». I banditi che hanno compiuto l'assalto nella villetta avevano le idee chiare: hanno attraversato i campi, la ferrovia per arrivare a via Pieroni, vicino alla Tosco Romagnola, dove c'erano le loro auto parcheggiate con cui si sono dati alla fuga. «Li hanno visti alcuni vicini - continua Massimiliano - io non ho idea di quanti fossero. Nella mia stanza ce n'erano tre. Qualcuno era anche in quella di mio padre dal momento che lo sentivo gridare. A un certo punto si sono impauriti quando hanno visto che mio padre stava male. Veri professionisti se ne sarebbero andati via senza pensarsi un istante. Dire se potrei riconoscerli non è facile, erano incappucciati e non mi ricordo nemmeno se avevano i guanti».
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