Sicurezza
Il primo giorno nellex asilo di Capanne
«Capiamo il vostro disagio ma siamo dei bravi ragazzi»
Andreas Quirici
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MONTOPOLI. La televisione c'è, ma non funziona ancora. Manca la parabola. Così il primo contatto con la realtà italiana diventa una copia del Tirreno appoggiata su una sedia nel giardino dell'ex asilo Madonnina del Buon Viaggio a Capanne, dove i 22 tunisini giunti in nave da Lampedusa, via Livorno, sono arrivati lunedì sera. In gruppo guardano gli articoli, ma soprattutto le foto che li ritraggono. Ridono divertiti. «Siamo noi», dicono indicando le immagini del loro primo giorno italiano. «Abbiamo poco da fare qui - dice Ahmed, 27 anni, cappellino in testa e felpa chiara in un francese fluente - giochiamo un po' a pallone, chiacchieriamo fra di noi. Ma la giornata è lunga e non abbiamo ancora trovato il modo d'impiegarla». Qualcuno fa le pulizie nei corridoi. Altri stanno nelle loro stanze rollando sigarette o schiacciando tasti sui cellulari. «Dobbiamo convertire le schede telefoniche di alcuni di loro - dice Alessandra Vivaldi, il sindaco che gli stranieri hanno già ribattezzato la loro mamma - perché molti non hanno quelle internazionali e non possono parlare con la famiglia in Tunisia». Il sole splende sul giardino della Madonnina del Buon Viaggio, un nome profetico. «Sì, è stata dura - continua Ahmed - ma per adesso non ci possiamo lamentare. Speriamo di riuscire a proseguire il viaggio entro 15 giorni. Più tempo sarebbe troppo». Raccontano della partenza dalla Tunisia, della barca su cui hanno viaggiato come sardine per tre interminabili giorni («Abbiamo visto la morte in faccia», dice Haider, 24 anni) prima di arrivare a Lampedusa e rimanere sull'isola due settimane. «Maccaroni, maccaroni», urla Haider divertito: «Non abbiamo mangiato altro a Lampedusa, ma non erano buoni come quelli che mangiamo qui». Nessuno vuol tornare un giorno in Tunisia. «C'è disoccupazione, ci sono problemi di sicurezza», afferma Ragheb, 20 anni e un diploma di perito meccanico. Qualcuno dice di volersene andare dall'Italia e raggiungere parenti e amici sparsi in Europa. Altri no, come lo stesso 20enne che vorrebbe trovare lavoro nel nostro Paese «per aiutare mio padre che è rimasto in Tunisia insieme ad altri due figli». La madre del giovane è morta. Lui non pensa a quel che ha lasciato, ma alla vita che lo aspetta. «Spero che l'Italia mi aiuti a trovare una strada - dice sgranando gli occhi - vorrei fare il meccanico, ma va bene qualsiasi cosa, pur di rimanere qui». E' quasi ora di pranzo. I tunisini aspettano i furgoni della protezione civile stando seduti su sedie di plastica sistemate nel cortile. Apprendono delle proteste che in alcuni centri della Toscana sono scoppiate all'arrivo dei migranti. «Comprendiamo il disagio degli italiani nell'affrontare situazioni come quelle dell'immigrazione - riprende Ahmed - ma molti di quelli arrivati nel vostro Paese vogliono andare da altre parti e non hanno alcuna intenzione di creare problemi. In fin dei conti siamo bravi ragazzi». Fuori dal cancello dell'ex asilo la vita scorre come sempre. Non ci sono ostacoli tra il loro rifugio italiano e la realtà in cui sono stati catapultati. Praticamente da subito hanno potuto vedere qualcosa della vita che i loro coetanei locali trascorrono ogni giorno. «Non ci sentiamo sfortunati - sorride Ahmed - ma vorremmo le stesse opportunità degli italiani per vivere la nostra vita».
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