Il Tirreno

Pontedera

Quelle venti rose bianche

Filippo Bernardeschi
Quelle venti rose bianche

Una per ogni bambino ucciso nella scuola di Bullenhuser Damm

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 PONTEDERA. Un'aiuola rotonda, circondata da piccoli cipressi, e venti rose bianche: una per ogni nome, per ogni bambino strappato alla vita dalla ferocia antisemita del nazismo.  La Rotta ha deciso di celebrarlo così il suo Giorno della Memoria: raccontando la storia di venti ragazzini uccisi nella scuola di Bullenhuser Damm, dopo essere stati sottoposti ad esperimenti medici dissennati.  Un racconto terribile, narrato nelle pagine del libro "Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti", scritto da Maria Pia Bernicchia con Proedi Editore, ma mitigato dalla dolcezza dei fiori piantati nel parco fluviale, dietro la vecchia fornace, dai bambini della scuola elementare Arcobaleno della Pace, che ha organizzato l'iniziativa insieme alla Consulta di paese.  «Gli alunni hanno creato una scultura - spiega la maestra Elena Degl'Innocenti - e realizzato un album con disegni ispirati dalla visione di film sulla Shoah. E' il cuore che muove la loro curiosità - sottolinea la docente - e incoraggiare atteggiamenti positivi verso cose difficili da conoscere è un percorso che permette di maturare valori importanti».  Viene da chiedersi se la storia non sia troppo dura, per i piccoli, che assistono in silenzio al trapianto delle rose. Ma saranno proprio loro, con estrema leggerezza eppure consapevoli, a ripercorrere la storia dei venti coetanei, fra quali c'era anche un italiano: Sergio de Simone, nato a Napoli il 29 novembre del 1937. «Questa storia mi ha insegnato che non ci sono persone inferiori o superiori, dobbiamo considerarci tutti uguali», afferma Daniele. «Io ho disegnato l'incontro fra un bimbo ebreo e uno tedesco», gli fa il contrappunto Simona. Matteo ha disegnato gli ebrei senza vestiti perché «li gettarono nel fuoco, una volta liberi». Con lui ci sono Tola e Ajar: «La scultura rappresenta i volti imprigionati dei bambini», dice la prima, e Ajar aggiunge: «Le impronte delle nostre mani simboleggiano la memoria».  Marco Salvadori, presidente di Consulta, legge i nomi delle vittime selezionate con l'inganno. Si commuove: «Chi vuol vedere la mamma maschera il più atroce dei propositi». Poi ringrazia: «Chi ci ha aiutato, come il giardiniere Franco Fastelli e l'Unione delle terrecotte di Montelupo. Spero che questi bambini non dimentichino mai». Di questo, l'assessore alla cultura Liviana Canovai è certa: «La scelta delle rose, il modo delicato con cui si è scelto di far passare il messaggio, rendono l'iniziativa una delle migliori cui ho assistito». E' intervenuto anche il sindaco Simone Millozzi: «Un paese senza memoria - ha detto - è un paese senza futuro».

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