Il Tirreno

Pontedera

Quel test per sentirsi italiani

Paola Silvi
Alcuni momenti del test di italiano che diciotto stranieri hanno affrontato, per la prima volta in città, ieri alla Pacinotti
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Alcuni momenti del test di italiano che diciotto stranieri hanno affrontato, per la prima volta in città, ieri alla Pacinotti

Lo affrontano in 18: tante donne e molte sono disoccupate

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 PONTEDERA. Tornano sui banchi di scuola dopo anni. In attesa di affrontare una prova che vale una carta di soggiorno permanente e irrevocabile. Sono albanesi soprattutto ma anche senegalesi e rumeni. In maggioranza donne, giovani, alla ricerca di un lavoro o di una professione sicura. Sono pronti per essere giudicati in base alle loro conoscenze d'italiano e l'agitazione è quella di ogni classica, tradizionale prova d'esame.  I candidati, 18 in tutto, familiarizzano, scambiano qualche parola, formano gruppetti e camminano su e giù per il corridoio tanto per smaltire l'ansia da prestazione.  Enika, da due anni a Pontedera, vive con i fratelli, ha scoperto da poco di essere incinta e tenta la promozione nella lingua di Dante. «Speriamo bene. A parlare non ho particolari problemi, è lo scritto che mi preoccupa», spara le sue paure e un po' le esorcizza. A destabilizzare gli immigrati l'ignoto che si troveranno ad affrontare. Nero su bianco.  Nessuno prima di loro, nella città della Vespa, si è dovuto sottoporre a questo test. I dubbi si sommano e la tensione si amplifica. Ad alleggerire l'atmosfera ci pensano le insegnanti del Ctp. «Tranquilli - ripetono Daniela Corevi e Paola Pintaldi agli allievi del momento - state facendo da apripista ma non sarà niente di insormontabile».  Matilda si presenta alla prova insieme al marito Klodian Hysa. A casa hanno lasciato il figlio di 4 mesi. «Siamo sposati da 10 anni - racconta Klodian - io lavoro in una carrozzeria ma mia moglie è qui da un anno e mezzo».  Per lui poca ansia. Per lei qualche batticuore in più. Sorridono comunque. Così come Fationa Guri è serena quando va incontro al proprio destino. La signora albanese, madre di due bimbi di 4 e 6 anni, confida nella svolta. «Se supero l'esame - dice - metto un punto fermo alla mia vita. Non dovrò rinnovare periodicamente il permesso e magari trovo anche lavoro».  Soufi invece è senegalese, fa l'operaio in una conceria di Santa Croce e il suo volto è imperturbabile. «E' tanto che vivo a Pontedera - aggiunge - non ci chiederanno di dimostrare conoscenze difficilissime». Anche Mihaela Popovici, moldava appare sicura delle sue competenze linguistiche. «Faccio l'impiegata - spiega - e nel pomeriggio la colf. Per me è normale scrivere e capire l'italiano». L'esame è riservato ai cittadini non comunitari in Italia da almeno 5 anni con regolare permesso e a cimentarsi nell'arduo compito, accompagnata dal figlio una donna albanese sessantaduenne perché la speranza non ha età. Le prof cominciano a chiamare i candidati. La porta dell'aula si chiude e d'ora in poi non si scappa più: la nostra grammatica o si sa o non si sa. Ad aspettare la mamma fuori dalla porta Franco, arrivato da piccolo a Pontedera, con una pronuncia perfetta. Stavolta tocca a Valentina combattere con i congiuntivi e i plurali. Lei lo vorrebbe al suo fianco ma la commissione non può esaudire la richiesta. «E' un po' tesa ma dovrebbe andare tutto bene», incrocia le dita Franco. Per una volta dall'altra parte della frontiera scolastica.

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