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Balli e preghiere Duemila senegalesi "invadono" la città
Paola Silvi
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PONTEDERA. Un piccolo Senegal alla tenuta Isabella. Spalla a spalla. In ginocchio sui tanti tappetini. A pregare. A ballare. Una festa di colori, quelli dei bou bou, gli abiti tipici con lunga casacca ricamata. Un incontro di preghiera, con i libri rossi del corano passati di mano in mano. Un modo per condividere e parlare di pace. Erano oltre duemila i senegalesi che si sono dati appuntamento per il Grand Magal, evento che celebra il ritorno dall'esilio di Cheikh Amadou Bamba, il capo religioso che i suoi seguaci paragonano al mahatma Gandhi. Perché convertì all'Islam i poveri contadini che vedevano in lui un fiero oppositore del regime coloniale. Perché fu esiliato due volte dai francesi ma tornò, osannato dai fedeli per morire in patria nel 1927. E tante erano anche le autorità presenti. Quelle locali, del Comune e della Regione e quelle arrivate direttamente dal Senegal come il bisnipote del fondatore del mauridismo. Dialetto wolof e traduzione in pontederese si alternavano fra un caffè e l'atro, fra una stretta di mano e un abbraccio. Perché se il Grand Magal è una giornata di gioia, dove si condivide il cibo, l'amicizia e il tempo per ben 24 ore di fila, le difficoltà non mancano. A cominciare dal miraggio di un posto di lavoro, da una casa, da un'esistenza regolare. «I clandestini - ha detto Mass Thiam senatore del Senegal - sono gente onesta, che non sa cosa vuol dire la parola delinquenza. E' necessario risolvere la questione dei flussi e della sanatoria perché la legge è degli uomini e può essere interpretata all'insegna dell'integrazione». Non a caso al centro del dibattito, come punti cardine di una bussola metaforica, i concetti di pace, tolleranza, uguaglianza e fede. «Lavora come se non dovessi mai morire e prega come se dovessi morire domani» è una delle massime più seguite dai senegalesi. Esponenti di una comunità che a detta di tutti i partecipanti stranieri e non è diventata giorno dopo giorno ricchezza e risorsa per gli italiani. «L'Africa è qui - ha aggiunto Eraldo Stefani, console onorario del Senegal a Firenze - e sono maturi i momenti perché si risolvano i problemi dei permessi di soggiorno». All'ombra dell'immagine appesa sul palco di Amadou Bamba, sempre raffigurato vestito di bianco, un paio di sandali ai piedi e con il viso parzialmente coperto da un velo, il presidente di Senegal Solidarieta, l'associazione che accoglie l'80% dei senegalesi di Pontedera, Samba Mbaye, ha raccontato il loro rapporto con la città. «Ci troviamo benissimo. Collaboriamo con l'amministrazione comunale e ci sentiamo rappresentati». Tanti i progetti in ballo. Dal Forum sull'immigrazione alle offerte raccolte durante la festa che andranno a contribuire alla costruzione di un reparto pediatrico nell'ospedale di Touba in Senegal. Sul palco anche Paolo Marconcini, più volte acclamato e applaudito dai senegalesi e il vice sindaco Massimiliano Sonetti che ha sottolineato il forte legame che unisce la comunità musulmana alla città della Vespa. «Pontedera sarà sempre al vostro fianco - ha specificato - lottando per i vostri diritti e chiedendo di rispettare i vostri doveri: siete cittadini a tutti gli effetti».
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