Il Tirreno

Pontedera

Arpat costretta a lasciare il Cuoio

Riccardo Cardellicchio
Due tecnici dell’Arpat mentre effettuano controlli in un corso d’acqua
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Due tecnici dell’Arpat mentre effettuano controlli in un corso d’acqua

In cinque anni l'ufficio di San Romano è passato da nove a quattro addetti

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 MONTOPOLI. Santa Croce sull'Arno, Ponticelli, San Romano: chi vuole cancellare una storia? Chi vuole mettere in difficoltà una popolazione, da poco tempo non più con l'incubo di nubi tossiche, scarichi selvaggi e maleodorante insopportabili? Si risponde: la Regione. Con la ristrutturazione del servizio di prevenzione e telerilevamento. Che porterebbe, in pratica, alla progressiva chiusura delle sedi Arpat di San Romano, Viareggio e Figline.  Incredibile ma vero. Nel 2006, la sede di San Romano fu destinata a diventare Centro regionale di prevenzione e telerilevamento. Riconoscimento della capacità acquisita con interventi costanti e puntuali, e miglioramenti ambientali concreti, in una zona resa sensibile dal dominio dell'industria conciaria. Di prevenzione e igiene pubblica si comincia a parlare, timidamente, nel 1971, con la nascita del comprensorio del cuoio, che fantastica la nascita di una città da centomila abitanti al posto di sei Comuni. Lo si fa di fronte a una situazione difficile, delicata. Scarichi selvaggi. Corsi d'acqua, a cominciare dall'Arno, ridotti a cloache. L'aria ammorbata da emissioni chimiche incontrollate. Ambienti di lavoro impossibili. Si muore aprendo i bottali.  Con il passare degli anni, la situazione non migliora. Anzi. A complicarla s'aggiunge l problema dello smaltimento dei fanghi, prodotti dal depuratore di Santa Croce sull'Arno, cui s'aggiunge quello di Ponte a Egola-San Romano. Intervengono i pretori a reprimere.  La grande crisi si ha nel settembre 1979, con la serrata delle concerie, decisa dagli imprenditori. E' finalizzata a ottenere la proroga di alcune norme della legge Merli. Ha successo. Ed è il de profundis, in sostanza, di una buona legge, tesa a salvaguardare le acque dall'inquinamento industriale. Inutile tentare, da parte di alcuni ambienti politici, il salto di qualità all'insegna del "produrre senza inquinare". Cozzano contro un muro di gomma. La salute appare messa in secondo piano. Vanno avanti produzione e occupazione.  Il conto salato. Che il conto sia salato, lo si capisce nel 1982, con la nube tossica. Crea, agli abitanti di San Romano, allarme, disagio grave e preoccupazione per la salute. E' allora (al comprensorio è subentrata l'Associazione intercomunale) che si prende in considerazione, maggiormente, la legge 833 del 1978, quella sulla riforma sanitaria, che rende obbligatoria la prevenzione, ancora oggi bene pubblico. Lo si fa, prima con il consorzio socio sanitario. Poi, la patata bollente passa all'Usl. Ma, nonostante risultati positivi, qualcosa non va. Infatti, risulta inspiegabile la decisione (di chi? per cosa?) di spengere la prevenzione e il telerilevamento, con conseguenze immaginabili. Infatti, la qualità dell'aria peggiora e la popolazione protesta. E' il 1990. Sembra di tornare agli anni della nube tossica.  Si riparte nel 1996, con l'avvento dell'Arpat.. La zona del cuoio è ritenuta di grande importanza, tale da rendere obbligatoria la presenza di una sede Arpat, con un numero congruo di addetti a prevenzione e telerilevamento. Si parte, addirittura, con un servizio sub provinciale con sede a San Romano.  Con un miliardo e mezzo di lire vengono collocate sette centraline, cui si aggiunge oltre un miliardo di lire per i sensori collocati nelle attività più a rischio (depuratori, ecc), capaci di rilevare l'inquinamento atmosferico. Con altri trecento milioni di lire si possono riavere prevenzione e telerilevamento. Grazie alla concertazione, i sei Comuni del comprensorio, la Provincia di Pisa e le associazioni conciarie, per quasi dieci anni (1999-2010) garantiscono circa duecento milioni l'anno. A dimostrazione dello sforzo economico di cui si è fatto carico la zona. Che, con il motto prevenire prima di reprimere, diviene un bell'esempio per il resto della Toscana. Vengono sciolti i nodi della rifinizione, dei componenti organici volatili e del piket. La presenza dell'Arpat sul territorio è una garanzia.  Non tutti lo capiscono. Sta di fatto che l'ufficio, negli ultimi cinque anni, vede assottigliare gli addetti. Da nove passa a quattro. Di Centro regionale non si parla più. Anzi, con il 2011, possono rimanere in tre (chiaramente insufficienti), a patto - per di più - che i Comuni e gli imprenditori paghino. Inaccettabile.  Ciò avviene nel momento in cui si hanno nuove maleodoranze, c'è preoccupazione per la salute (lo spettro delle leucemie) e persiste l'incognita della cosiddetta "operazione tubone". La sentinella dell'Arpat in loco, invece, è indispensabile per salvaguardare la salute e supportare l'attività produttiva nel rispetto dell'ambiente. A meno che - legittimo il sospetto - non vi sia il disegno politico di far finire il servizio in mano a privati. Un salto al buio. Che il comprensorio del cuoio non meriterebbe, considerati gli impegni (anche economici), che tutti i soggetti hanno avuto per liberare la zona, e un'industria, dalla spada di Damocle dell'inquinamento.

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