Sicurezza
«Voleva solo educarci. Gli vogliamo bene»
Parla una delle ragazze picchiate dal fratello marocchino che non le voleva "occidentali"
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PECCIOLI. «Vogliamo chiedere scusa pubblicamente a nostro fratello, ci dispiace che questa vecchia storia sia finita sui giornali. Lui voleva educarci e anche noi, che eravamo molto più piccole d'età, non ci rendevamo conto che se si arrabbiava lo faceva per il nostro bene». Ha colpito tanti la storia del giovane operaio marocchino che è stato condannato a otto mesi di reclusione con l'accusa di maltrattamenti in famiglia in quanto, in più occasioni e mosso dalla gelosia, aveva picchiato e litigato violentemente con le due sorelle minori perché si truccavano, frequentavano ragazzi italiani e sembravano essersi dimenticate di un atteggiamento che viene richiesto solitamente alle donne marocchine, lontano dai modi occidentali. Chi conosce l'imputato lo stima e ne parla in maniera positiva. Ma gli episodi che sono stati al centro del processo, purtroppo, sono accaduti fino all'ottobre del 2009, quando le due sorelle chiesero aiuto ai carabinieri. L'operaio ha subìto già alcune conseguenze per questa vicenda: è stato anche agli arresti domiciliari. «È una storia di tanti anni fa - si sfoga la sorella minore, che oggi ha 20 anni - ci dispiace che sia finita così. Nostro fratello ha fatto tanto per noi, ci vogliamo bene. Anche in tribunale ci siamo messe a piangere quando abbiamo dovuto ricordare quei momenti. Lui, quello che ha fatto, lo ha fatto per il nostro bene. Solo che lo abbiamo capito solo ora. Mi sento di chiedergli scusa a nome della famiglia. Per noi è stato come un padre. La vicenda del vetro della macchina rotto con una testata risale a molto tempo fa. La macchina me l'aveva comprata mio fratello. Ci siamo incontrati, lui era arrabbiato. Io ho chiuso il vetro per non farlo avvicinare. Mio fratello ha reagito d'istinto ma non voleva farmi male». Le sorelle quando decisero di andare dai carabinieri non pensavano che il fratello si sarebbe trovato in un guaio per una questione di "differenze culturali". E ora sperano di dimenticare al più presto. «Siamo disperate, non volevamo tutto questo per lui, che, comunque, è un bravo ragazzo». S.C.
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