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Primo cittadino di Casciana Terme, morì 63 anni fa: ne traccia la figura Giampiero Del Picchia
Armenio, il sindaco della Liberazione
Gian Ugo Berti
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CASCIANA TERME. «Ogni 22 agosto vado a salutarlo al cimitero. Lo faccio dal lontano 1947. Ero un ragazzo, ma mi fece promettere di portargli un fiore, a ogni anniversario». Giampiero Del Picchia, 74 anni, muratore e pittore, apre la carrellata dei ricordi, personalmente vissuti o tramandati da babbo Alfonso e zio Ezio. Volti e immagini di un'epoca travagliata, di un borgo devastato dal passaggio della guerra, di un uomo al di sopra della media. Grandi gesti e piccoli segreti. «Armenio, ora che sono tutti rinchiusi al Grand Hotel, butta le chiavi in mare». Momenti tremendi in quel luglio del '44, quando una ventina di compaesani vennero imprigionati, per motivi politici, con l'arrivo delle truppe alleate e in attesa di un processo che mai fu celebrato. «No - rispose nonno, appena insediatosi in Municipio a chi gli proponeva quel barbaro suggerimento - se lo facessimo, dimostreremmo di non essere diversi da loro». Dal dramma politico a quello della fame. «Un pastore di Casciana Alta gli regalò una grossa forma di formaggio, rara e preziosa di quei tempi. Armenio non accettò e rinviò il tutto al mittente. Al rifiuto del pastore di riprendersi quella manna dal cielo, Armenio non si scompose. Lo divise in tante parti quanti erano i consiglieri comunali, imponendo però a ciascuno che lo pagassero a prezzo di mercato. Il ricavato fu destinato ai più bisognosi del paese». «Eravamo tutti fieri di lui - sono ancora parole di Giampiero - quando rientrò a casa, in via XX Settembre, dopo aver presieduto la prima riunione della giunta, il 22 luglio. Ricordo che nonna Argia, cognome Batini, classe 1877, a lungo insegnante a S. Ermo, mentre Armenio aveva frequentato la scuola fino alla 3ª elementare, babbo e zio fecero festa, congratulandosi con lui. Per loro era l'immagine della speranza e della rinascita, oltrechè dell'affetto, dopo le brutture ed il dolore del conflitto. Eppure, nulla di emotivo traspariva dal suo volto. Lo avvertiva come un dovere e dovere fu. Non percepiva il nuovo incarico come una scelta politica, di cui per inciso non si era mai voluto occupare, bensì di pubblica utilità sociale. Un principio su tutti:non fare del male agli altri, per alcun motivo». «Una profezia: ho fatto per tutta la vita il muratore, un mestiere che mi è sempre piaciuto. Andavo ad imparare a Pontedera, in bicicletta,ogni giorno da Moreno ed Alfonso Dal Canto. Ma già da bimbetto ne parlavo via via con nonno, imprenditore stimato e famoso, per tutto quanto di bello ha costruito sopratutto a Bagni di Casciana,dal Teatro Verdi,al Grand Hotel,oltre a lavorare nella fabbrica di laterizi. Eppure, aveva visto nel nipote qualcosa che lo colpiva e lo assimilava a lui. «Diventerai un bravo muratore» e mi regalò una piccola cazzuola, un orgoglio per me anche se aggiungeva «con quell'arnese mi sciuperai tutto il manufatto di cemento". Una battuta affettuosa che, comunque, ricordo con tanta gioia». «Amava la famiglia ed apprezzava il valore della vita,sapendo come fosse legata ad un filo. Aveva visto d'altra parte la morte in faccia,quando la ruota di un treno,in Francia,gli aveva staccato una gamba. Una menomazione che non gli impedì,in ogni caso, di salire in cima al campanile che aveva appena finito di completare,per fissare la croce,visibile ancor'oggi accanto alla Chiesa dell'Assunta». «Per questo - aggiunge Giampiero - non sentiva la paura. Guardava i bombardieri americani sull'uscio di casa. «Adorava la sua Argia, la donna che lo aveva saputo comprendere e sostenere. Sorridendo,quando lo guardava in volto, un po' pizzicato dal vaiolo, lei gli sussurrava: «Non ti vergognare, Armenio,ogni foro è un diamante che brilla».
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