Sicurezza
Buti, qui sapere il nome delle persone è inutile
Andrea Lanini
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Gli abitanti di Buti in piazza durante una manifestazione Cerchi qualcuno? Serve il soprannome: c'è Zo, Boba, Pancino...
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BUTI. Possono nascere in tanti modi diversi, diventano compagni di strada e durano per tutta la vita. A volte, come spesso accade alle usanze secolari, sono un po' misteriosi, ma una cosa è sicura: contano più del nome di battesimo. Sono i soprannomi. Appellativi a volte ironici, a volte teneri, a volte graffianti, sgarbati, quasi cattivi. A volte semplicemente simpatici, o buffi, o beffardi, o enigmatici. Fioriture lessicali che germogliano soprattutto sulla pelle degli abitanti delle piccole comunità, dove ci si conosce tutti e è più facile tenere sott'occhio le abitudini, i vizi, i tic, i punti deboli, i ghiotti fatti genealogici di ognuno. Ciascun paese ha i suoi, ma ci sono posti dove la tradizione del soprannome, più che un'abitudine, diventa un'arte. Un esercizio intellettuale, uno sfoggio di salacità linguistica, una prova di bravura da fini cesellatori di epiteti, una stoccata da maestri del saperla lunga. Da noi, uno di quei posti, anzi il posto per eccellenza, è Buti. Per gli abitanti del delizioso borgo dal famoso olio d'oliva, chiamare qualcuno per nome e cognome è fin troppo faticoso, dispersivo, inutilmente prolisso; chiamarlo solo per nome è invece un dispetto a quella spiccia pragmatica che in luoghi siffatti è d'obbligo: per esempio te cerchi un Carlo o un Fabio e chiedi in giro, ma magari ce n'è più di uno, Carlo chi, Fabio quale? Ti tocca spiegare di chi è figlio, dove ha la casa, che lavoro fa, e allora addio, non si finisce più. Invece se chiedi di Pancino, o di Boba, o dello Zo, stai tranquillo che non c'è verso di sbagliare. È come con la macchina e la sua targa. Corrispondenza assolutamente biunivoca: quella è e quella resta, cascasse il mondo. Cerchi Pancino? Vuol dire che il tuo uomo è Luciano Pioli, il presidente del circolo "Primo Maggio". Cerchi Boba? Vuol dire che è il ballerino Stefano Gozzoli la persona che vuoi trovare. Cerchi lo Zo? Eccolo: Giuseppe Valdiserra, butese doc, già fantino di un celebre palio del'51. Le nuove generazioni non sfuggono alla gustosa moda locale. Provate a chiedere ai ragazzi di Buti, ognuno ha il suo bel soprannome. Tra tante cose che cambiano, almeno un retaggio del passato che resiste. «Son trascorsi quasi sessant'anni, da quella corsa», dice lo Zo, che oggi di anni ne ha ottanta (ben portati), «la paga al tempo era un piatto di trippa e un bicchier di vino. Oggi i fantini, marianna bòna, li pagano milioni. Si vede ho sbagliato epoca, no?». Se ti metti a spulciare il passato, oltre al presente, hai voglia te di soprannomi. Il Topo, il Gatto, Melone, la Ciocia, la Paladina, il Do, il Fante, il Tola, il Mocco, il Mosca, la Venezia, il Ghego, il Tricco, lo Strego, Pamperzio, Pacchiarino, Baralla, Ciano, la Cicciò, Castellazzo, il Ciborio, il Toti, il Ciobi, Piombo, lo Zo, Grammola, il Fabbretto, la Bodda... La Bodda? «Sì, la chiamavano così, quella signora, la Bodda» spiega Piero Matteoli, una specie di enciclopedia vivente sul vezzo butese del soprannome. «E il su' figliolo, che si chiamava Gino, per il paese era Gino della Bodda. Perché non lo sai mica mai come te l'affibbiano, un soprannome. A volte è ereditario, a volte dipende da com'eri quando nascesti...». Cioè? «Se per dire nasceva un bimbo di cinque chili, la gente diceva "Diobòno, questo'ui è un do!". E infatti uno che nacque grosso a quel mo' per tutti rimase il Do a vita. Di un altro che nacque di sette etti invece dissero che era un "pènnaro", e infatti rimase Pènnaro». «Per la mia famiglia vale il soprannome ereditario», dice Angelo Salvadori. «Deriva da un mio bisnonno, che tutti chiamavano Birilli. Allora il mio nonno Alberto diventò Berto di Birilli e così giù giù per le generazioni dopo». Analogamente, si trova Lina del Gelso, Giovanna del Micco, Maria di Bonòra, Carola del Cieco... Per far capire quanto il soprannome sia un dato anagrafico ufficiale, i paesani ricorrono all'esempio ufficiale, al caso definitivo per eccellenza: l'annuncio mortuario. «Quando mòre uno, sul manifesto, accanto al nome, ci mettono anche il soprannome fra parentesi, sennò la gente mica lo capisce chi è il povero trapassato di cui si parla». «Uno si chiamava Eucarestia perché era spilorcio», dice lo Zo, «un altro Brustone perché quando era brillo il naso gli s'avvampava, diventando rubizzo, un altro lo chiamavano Trincotto perché beveva di continuo...». E Zo da dove nasce? «Da Zozzimo. Questo Zozzimo era un pittore-scultore che alla fine degli anni Trenta dovette scappare in Francia perché i fascisti gli volevano fa' la festa... In paese era conosciuto. Una volta andò a Firenze a veder di vendere certi suoi mezzibusti del Duce ma nessuno glieli comprò, e allora lui, quando tornò, dalla rabbia li prese a martellate e li sbriciolò tutti. Io da bimbetto avevo il viziaccio di disegnare sui muri col carbone, e allora la gente diceva bah, luilì è uno Zozzimo! Poi Zozzimo, per far prima, è diventato Zo. Per quei disegnini di zampate nel sedere n'ho beccate tante, ma come vede son rimasto piccino uguale!».
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