Il dolore
Da più di ventanni lavora nel Paese della Grande Muraglia di cui conosce pregi e difetti
«Altro che 82 euro di stipendio»
Manolo Morandini
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Il manager pontederese Luca Calosso, da più di ventanni lavora in Cina Il manager pontederese Luca Calosso racconta il vero volto della Cina
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PONTEDERA. «In Cina lo stipendio non è di 82 euro. È alla Piaggio di Foshan che (probabilmente) lo è. Ma si tratta del salario minimo garantito stabilito per legge dal governo cinese, non del salario medio. Nell'azienda della quale sono co-reponsabile, a Shenzhen, di proprietà di una multinazionale italiana non meno importante del Gruppo di Pontedera, lo stipendio medio è di 920 euro mensili». È una sfida di cifre ma soprattutto di prospettive quella che lancia Luca Calosso, sulla scorta della sua decennale esperienza nel Paese della Grande Muraglia. «In buona sostanza è giunta l'ora di smetterla di fare sensazione solo per seguire la strategia della denigrazione verso il Paese che è, nei fatti, la prima potenza economica mondiale. Il 35% dei buoni del tesoro degli Stati Uniti appartengono alla Banca Popolare Cinese. È una realtà in evoluzione, in cui si riesce a vivere con un euro al giorno. Ma ci sono anche 60 milioni di ricchi con redditi superiori ai 100mila euro all'anno». Il manager pontederese contesta la fotografia scattata dalla Fim-Cisl, sulla scorta di un lavoro d'indagine attraverso un istituto cinese indipendente, sulle condizioni del lavoro nelle principali imprmese con casa madre italiana con siti produttivi nel Guangdong, la regione più industrializzata della Cina dove opera la Piaggio. «La Cina è grande quasi tre volte l'Europa e il numero delle aziende vi che operano sul mercato industrale è incommensurabile - dice Calosso - Ognuna si comporta secondo un proprio canone». E da esperto prova a svelare che cosa faccia da calamita agli investimenti internazionali. «Ogni azienda, specialmente quelle straniere in joint-venture o, meglio, le Wholly Owned Foreign Enterprise, si fanno i regolamenti da sole e disattendono quasi sempre le disposizioni di legge». È questa l'origine di tutti i mali e dei fantasmi che agitano le economie occidentali. «Il problema è che le autorità cinesi, impedite da un sistema di federalismo fiscale che alla fine gli si ritorce contro, sono di fatto impossibilitate a far rispettare la legge e sono vittime delle aziende, specie se grandi, che impongono il proprio volere mediante il ricatto di trasferirsi altrove, minacciando così di far venire meno importanti introiti all'erario locale. Questa è la conseguenza più drammatica del federalismo fiscale». Insomma, per la scarsa competitività dei prodotti nazionali a confronto con quelli cinesi la denigrazione è solo un pannicello caldo. E conclude il manager Calosso: «Ma è forse l'unica strada da seguire, visto che quelle dell'innovazione e della ricerca ci sono ormai precluse. La Cina non è un nemico ma una realtà con cui imparare a collaborare. È il mercato di riferimento. Non è facile farci affari, va studiato. Ma gli italiani ancora lo capiscono poco».
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