Il Tirreno

Pontedera

Ammalato come in fabbrica

Manolo Morandini
Un agricoltore al lavoro nei campi
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Un agricoltore al lavoro nei campi

Agricoltore di Pomarance si vede riconoscere l'esposizione al mercurio

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 POMARANCE. Un veleno invisibile. Nascosto nella polvere dei campi di Pomarance. Il signor Roberto, 53 anni per anni residente al podere Canova, per decenni quei terreni, a due passi da Montegemoli, li ha coltivati. E arando si è avvelenato. Ci sono i referti medici e, soprattutto, una sentenza ad attestarlo. Intossicazione cronica da mercurio: figlia dell'inquinamento industriale della zona.  In una fabbrica non ha mai messo piede. Ha sempre fatto l'agricoltore Roberto, che preferisce il velo dell'anonimato. Eppure si è visto riconoscere una malattia professionale, aprendo la strada a chi per decenni in Alta Valdicecina ha bevuto, mangiato e respirato mercurio. «Al podere facevamo l'orto - racconta - Per le coltivazioni usavo dei trattori cingolati senza cabina di protezione, la polvere la respiravo tutta. Solo dopo il 1996, quando i miei malesseri sono stati collegati al mercurio ho preso degli accorgimenti. E poi ho abbandonato quelle terre che avevo in affitto».  «È un malditesta continuo, giorno e notte, nella parte temporale sinistra, caratterizzato da un suono che snerva - dice Roberto - Soffro di sensibilità alla luce e ho una perdita di udito, proprio a sinistra. Ho anche problemi di concentrazione e memoria. Me ne sono accorto nel far di conto a mente». Ci sono voluti più di dieci anni per venire a capo della vicenda. La Corte d'appello di Firenze ha riconosciuto all'agricoltore la natura professionale dell'idrargirismo, questo il nome scientifico del malessere, per aver lavorato, a sua insaputa, nel sito inquinato di Canova. Una distesa di campagna, coltivata a seminativi, per lo più grano e foraggio, sulla sponda sinistra del Cecina, con al centro un laghetto formatosi con lo sprofondamento del pozzo da dove per decenni i gestori dell'impianto di cloro di Saline di Volterra estraevano salgemma.  Un pozzo dello scandalo. Nel 1994 un tubo che portava salamoia all'allora Larderello (Eni) nel pozzo della Canova si ruppe: ci fu uno sversamento di salamoia e mercurio. «Un irresponsabile smaltimento dei reflui industriali dell'attività di produzione cloro/soda», si legge in una relazione dell'Arpat. «La punta dell'iceberg di un disastro ben più ampio e che persiste tuttora», sostiene Maurizio Marchi, responsabile di zona di Medicina Democratica. Che aggiunge: «Abbiamo inviato un nuovo esposto alla magistratura per l'individuazione e l'incriminazione dei responsabili dell'inquinamento. Nonostante il sito di Canova sia stato inserito dalla Regione dal lontano 1999 nella lista dei siti inquinati necessitanti di bonifica urgente, a causa delle presunte difficoltà a individuare i soggetti responsabili, a oggi non è stato fatto niente».  La sentenza della Corte d'appello di Firenze, fatte le dovute proporzioni, apre la strada al riconoscimento dell'esposizione alla stregua di quanto accade per l'amianto. «È la prima volta in Italia che a un cittadino, non lavoratore in fabbriche in cui si usa mercurio, viene riconosciuta la malattia professionale - conclude Marchi - E ciò apre la strada ad altri cittadini della Valdicecina».

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